WeWrite

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Opinioni Fallimento o successo? L’elefante nella stanza di Copenhagen

Fallimento o successo? L’elefante nella stanza di Copenhagen

E-mail Stampa PDF
(2 voti, media 5.00 di 5)


La Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici (COP15) tenutasi dal 7 al 18 dicembre scorso ha alimentato aspettative e speranze di larga parte dell'opinione pubblica mondiale.
I Grandi della Terra hanno riconosciuto il proverbiale elefante nella stanza oppure il problema che tutti vedono ma di cui nessuno vuole parlare (verrebbe da dire "trattare") è rimasto ancora una volta irrisolto?


Il Dritto



La conferenza Onu sul clima nella capitale danese, svoltasi dal 7 al 18 dicembre 2009, si è conclusa tra divisioni e tensioni legate al dibattito sul futuro della produzione energetica.
Dal 2000 a oggi le emissioni di CO2 da combustibili fossili sono aumentate del 29 per cento. Questo è quanto è emerso da uno studio internazionale del Global Carbon Project.

Le premesse – I rappresentanti dei due maggiori produttori di gas serra al mondo, Stati Uniti e Cina, erano i più ansiosamente attesi al COP15. Barack Obama e Hu Jintao, nell'incontro svoltosi a Pechino a metà novembre, si erano accordati affinché a Copenhagen non fossero prese decisioni operative vincolanti sulla riduzione delle emissioni di gas serra. L'obiettivo di abbattere del 50 per cento le emissioni di CO2 entro il 2050 è stato abbandonato proprio dai poteri più forti, che si sono tirati indietro. I due presidenti hanno ribadito il loro impegno a investire in energie rinnovabili, ma hanno anche preso le distanze da scadenze relative a loro azioni concrete e nel breve periodo.
Un gruppo di lavoro costituito da scienziati incaricati dall’Onu aveva richiesto, prima del summit, che i Paesi si accordassero su un abbattimento della CO2 del 25-40%.

Distanza incolmabile – Dopo due settimane di discussione - con l’intervento di 120 Capi di Stato e di Governo - la distanza tra le posizioni dei diversi Paesi è risultata incolmabile sui punti più delicati di trattativa.
Gli impegni di riduzione sono solo volontari e su base nazionale, cioè sono accordi non vincolanti tra le opposte fazioni: India e Cina da una parte, Europa e USA dall’altra.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha esortato i leader mondiali a muoversi in direzione degli impegni minimi assunti nella capitale danese: mantenere la temperatura media del pianeta al di sotto di 2 gradi rispetto a quella dell’era pre-industriale per i prossimi dieci anni e garantire la mobilitazione di 100 miliardi di dollari l’anno a favore dei Paesi in via di sviluppo per la lotta al cambiamento climatico.

Un risultato che tradisce le aspettative – Il risultato scaturito dal summit sul clima non è stato quello desiderato, anche se la partecipazione di Cina e USA ha fatto sperare fino all’ultimo in una risoluzione più decisa e in un’inversione più solida di intenti. La delusione su come è stato gestito il vertice ha addirittura spinto il Parlamento Europeo a rivedere alcune posizioni riguardo ai metodi operativi adottati dall’ONU nelle proprie politiche di sviluppo internazionale.
“I capi erano uniti nello scopo, ma non erano uniti nell’azione. Ciononostante, i colloqui intrapresi rappresentano un inizio essenziale”  ha dichiarato Ban Ki-moon.
Il vertice avrebbe dovuto rappresentare un superamento del Protocollo di Kyoto e fissare obiettivi più ambiziosi. Il prossimo appuntamento sarà a Bonn. Si auspica che in quell’occasione saranno affrontate le questioni più delicate, ma è sempre meno il tempo per definire in maniera vincolante i provvedimenti che ciascun paese dovrà fare propri.

Un cambiamento di scala da cui ripartire – Mai, prima d’ora, le questioni ambientali erano state così centrali nei grandi dibattiti di politica internazionale. C’è stato un drastico cambiamento di scala di questi argomenti, che ha comportato una grande mobilitazione della società civile. Oltre 35 mila persone hanno raggiunto Copenhagen per partecipare a iniziative e incontri.
Questo deve far riflettere e ripartire da qui per guardare alla situazione italiana, per capire come far uscire il nostro Paese dall’isolamento, confermato dal modo in cui ha eluso, durante il vertice, la questione climatica. Per farlo è necessario dimostrare che questa strada è quella giusta da intraprendere nell'interesse dell’Italia e dei suoi cittadini. È inoltre necessario elaborare, specialmente alla luce della crisi economica, un nuovo concetto di sviluppo, che consenta di guardare al futuro con più ottimismo e concretezza di intenti.

Martina Doglio Cotto


Il Rovescio



Forse alla Conferenza di Copenaghen abbiamo scoperto che Barack Obama non è il Presidente del mondo intero, ma quello degli Stati Uniti, e come tale s’impegna a difendere anzitutto gli interessi del suo Paese e delle sue piccole lobby, non tralasciando l’agenda nazionale con la riforma del vergognoso sistema sanitario americano.

I Paesi forti scaricano la responsabilità sul futuro – Sulle questioni di clima e ambiente la politica statunitense non sembra aver subito mutamenti rispetto a quella del predecessore George W. Bush, che aveva beatamente ignorato i protocolli di Kyoto, e sappiamo che senza il lasciapassare di alcuni Paesi forti a livello internazionale, su alcuni temi nessuno può far nulla (in fondo anche alle Nazioni Unite i membri permanenti esercitano un potere maggiore grazie al diritto al veto). Così la conferenza sul clima, apertasi a Copenaghen con tutte le buone speranze di ambientalisti e non, ha visto due Paesi tener testa alla leadership delle decisioni, Stati Uniti e Cina (quest’ultima rappresentante di testa dei Brics, le economie emergenti che hanno forti margini di crescita). L’accordo che ne viene fuori è più che altro un rimandare il problema piuttosto che affrontarlo vis-à-vis, non c’è stata la volontà di prendere il toro per le corna, ma solo l’augurio che un giorno possa esser fatto, e chissà quando e se arriverà quel giorno.
Obama & Co. scaricano la responsabilità sul futuro, rimandano all’auspicio di un prossimo accordo. Intanto la questione clima resta incerta, aperta alle emissioni di gas serra mondiale, fino a soluzione e strategia da trovare a tempo indeterminato, forse quando diventerà davvero inevitabile stringere un accordo che protegga il pianeta dalla sventatezza umana.

Il ricatto cinese si impone sull’Unione Europea – È stata la Cina il vero drago trascinatore del summit, il paese che ha imposto su tutti (e persino sugli States) la volontà di far fallire l’accordo: sostenuta da India e Sudafrica (i già citati Brics, con l’eccezione russa e brasiliana), ha fatto notare quanto pochi fossero gli aiuti occidentali ai Paesi in via di sviluppo per le tecnologie verdi. In fondo senza l’investimento non c’è neanche modo di abbracciare la “green devolution tout court. Sarebbe in qualche modo come quando in Italia si è iniziato a trasmettere in digitale terrestre da un giorno all’altro senza che nessuno fosse ancora attrezzato (tanto è vero che spesso e volentieri capita che il nuovo decoder si intestardisca sul fermo-immagine quando va bene, e sul fermo-immagine “sfasata” con puntini mobili quando si è meno fortunati).
Il ricatto cinese è parso così una sottolineatura importante nell’annichilimento generale dei Paesi europei, che perdono sempre più potere all’interno della gestione delle decisioni internazionali, sarà per la relativa debolezza dell’Unione Europea, o per la sua frammentarietà.

I brunch di mezzogiorno appesantiscono la politica – Si capisce che l’accordo firmato a Copenaghen è un flop dal fatto che persino le dichiarazioni dei firmatari sono velate da un sentimento di amarezza. Barack Obama ha detto: “Non è sufficiente per combattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un primo passo”. Al di là delle dichiarazioni infuriate delle associazioni ambientaliste e di qualche ammissione di un nulla di fatto da parte di Sarkozy e altri rappresentanti europei, forse la vera sintesi del summit è quella di Sergio Serra, l’ambasciatore brasiliano: “Sono sconcertato, ci siamo messi d’accorso solo sul fatto di riunirci ancora”. E così tutti i brunch di mezzogiorno, spuntini e bevande calde al gelo della Danimarca, consumati da delegati di tutto il mondo, erano solo una scusa per bighellonare e noi altri ingenui che crediamo pure che si riuniscano per fare cose importanti a cui noi non possiamo accedere. Viste così, le conferenze sul clima diventano gite turistiche per ambasciatori e viandanti, la prossima tappa dovrebbe essere Bonn in Germania, chissà poi in quale misteriosa città araba sarà il prossimo incontro, e via dicendo.
Per quanto riguarda l’accordo in sé per sé, nude et crude, più che gestire la riduzione delle emissioni di gas serra, si concentra sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per adottare tecnologie “pulite”. Nella speranza che dal prossimo summit ci si trovi di fronte a un impegno globale, di cominciare noi ad adoperare queste tecnologie, e di non lasciarle provare prima alle cavie in sviluppo.

Giovanna Taverni



WeWrite, anno I, n. 1, gennaio 2010

Integra l'articolo con un tuo commento

B
i
u
Quote
Code
List
List item
URL
Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
 
Registrati per essere sempre aggiornato su WeWrite

Registrandoti dichiari di aver letto e accettato il seguente disclaimer