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Home Opinioni Internet: neutralità e controllo?

Internet: neutralità e controllo?

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L'importanza di internet oggi è ormai acclarata e riconosciuta da tutti. La presenza dei computer nelle abitazioni si fa sempre più frequente e si avvicina a quella della televisione. L'accesso alla rete è assolutamente un servizio da garantire a tutti, è regolamentato ma pare lo si voglia in qualche modo ulteriormente controllare, i come e i perché sono tanti.

Il Dritto



Una neutralità della rete. Questo a gran voce grida gran parte della maggioranza politica. Il concetto disporrebbe di un’utilizzazione della stessa rete svincolata dalle logiche di monopolio e ancora a quella della liberalizzazione del mercato degli operatori – fornitori dei servizi on line. La Rete diviene, quindi, elemento fondamentale e fondante della società civile, espressione di un progresso tecnologico e di una modernità che ammalia ma, allo stesso tempo, terrorizza l’essere umano.

La libertà di espressione telematica. Questione politica? – Il DDL presentato nel 2009 dal senatore Vincenzo De Vita proponeva un’alfabetizzazione digitale che oggi sembra ancora assente. Uno stato civile, così come voleva renderlo De Vita, deve necessariamente provvedere a coinvolgere tutta la popolazione nel progresso della Rete. Una proposta, quella della carica istituzionale, che denota un profondo realismo, così come dimostrano ampi passaggi del testo normativo, in cui si sottolineano i costi verso cui andrebbe incontro il Paese nella sua realizzazione, considerando necessaria sia la realizzazione della banda larga, sia il sostegno al software libero, per non parlare della riduzione del digital divide, insomma 300 milioni di euro ogni tre anni che eleverebbero il free software come scelta di linguaggio e come nuovo alfabeto per tutti. Questo comporterebbe un piano d’innovazione e formazione sia per la pubblica amministrazione che per il cittadino.

La rete, una questione da “Statuto della Petizione” – Lo Statuto della Petizione, redatto per  fronteggiare o, per meglio dire, abbattere le barriere che ancoravano la rete virtuale alla “terra ferma”, si basava su numerose fonti normative controcorrente rispetto all’emendamento D’Alia sui filtraggi governativi dei contenuti, al DDL Carlucci contro ogni forma d’anonimato, al DDL Lussana finalizzato ad accorciare la memoria della Rete, al DDL Alfano attraverso il quale si vorrebbe associare all’intera blogosfera le disposizioni in tema di obbligo di rettifica nate per la sola carta stampata e, per finire, al DDL Pecorella Costa, con il quale si prefigge l’obiettivo di trasformare ex legge l’intera Rete, la quale viene vista come una vasta burocrazia virtuale. Con questo manifesto non si vuole fare altro che ribadire come ogni cittadino, secondo il dettato dell’art. 11 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, debba poter scrivere e pubblicare in rete liberamente, salvo a risponderne personalmente dell’abuso di tale libertà secondo i casi determinati e disciplinati dalla legge. Con questo, risulta abbastanza chiaro che nessun sito Internet può  formare oggetto di sequestro giudiziario o di altro qualsiasi provvedimento che ne impedisca l’accesso se non si è in presenza di un giusto processo. Questo prevede che l’attività d’informazione on line non professionistico o non gestita in forma imprenditoriale libera non possano essere soggette a nessun genere di registrazione o altro adempimento burocratico. Purtroppo la disciplina della stampa e quella sull’editoria non si applicano alle attività di informazione on line svolte in forma non professionistica e imprenditoriale. In definitiva, secondo questo documento, nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, fino a quando la loro esternazione non turba l’ordine pubblico stabilito dalla legge. Un limite implicito, pertanto, all’“illimitato” potere di navigazione potrebbe essere la privacy e tutta la disciplina a essa annessa e connessa. Per non parlare e per non aprire un altro argomento spinoso e delicato, quello della libertà che hanno i giovani, spesso minori, di aggirarsi nella Rete. Un rischio questo che ha spinto la Polizia Postale a intensificare i controlli, per smantellare la fitta rete di gente poco raccomandabile che sugli “escamotage” di Internet ne sa una più del diavolo.

Maria Anna Filosa


Il Rovescio



In rete per essere liberi – In Italia gli utenti internet corrispondono a circa un terzo della popolazione, percentuale che ci relega al quartultimo posto in Europa, preceduti da Cipro e seguiti a breve distanza dalla Grecia. Chi conosce le situazioni politico sociali dei due paesi citati non si rallegrerà dell'accostamento. Il popolo internet però cresce e si discosta dall'opinione pubblica comunemente detta per preferenze e abitudini. La libertà d'espressione garantita dalla rete si fonda principalmente sul diritto all'anonimato, a celarsi cioè dietro pseudonimi senza dover pubblicamente rivelare la propria identità. Il fatto che questo faccia sentire liberi, significa che è presente un timore, magari latente, di esporsi in ambiti dove alle proprie parole viene associata la propria faccia  e/o il proprio nome e cognome. I motivi di questa pavidità possono essere tanti, ma il fenomeno comunque fa pensare.

Elitari o ghettizzati? – L'esistenza di una informazione mainstream e di una invece d'essai, che spesso, molto spesso, si trovano su posizioni antitetiche anche rispetto ai fatti in sé, può indurre l'utente internet a sentirsi non parte integrante della sua società, ma come una voce fuori dal coro che però a sua volta è parte di un altro coro, magari migliore, ma che si ha la sensazione canti sottovoce o non sia ascoltato. Tra sentirsi parte di una élite o relegati in angolo la distanza. I rischi sociali della presenza di un'opinione pubblica, chiamiamola underground, sono probabilmente pari ai vantaggi e vanno considerati e valutati con attenzione. Ma a volte l'occhio che il sistema rivolge al popolo internet non è esattamente benevolo, anzi.

Orgoglio e paura Il governo italiano ha varato e tentato di varare vari decreti e leggi che si occupassero, in fin dei conti, di controllare maggiormente le attività del popolo della rete, seppur i motivi addotti ed espliciti fossero riconducibili a una maggior tutela del cittadino e della sua sicurezza. Sembra strano a dirsi, ma molti sono stati respinti proprio in nome della tutela della privacy del cittadino. Quelli che sono passati non hanno, di fatto, creato rilevanti differenze nell'utilizzo di internet che precedentemente a esso si poteva fare. Nell'occhio del ciclone sono spesso finiti i social network, FaceBook in testa, per aver ospitato al loro interno individui dediti ad attività criminose, che sono stati per altro tutti perseguiti a termine di legge, senza ricorrere alle novità legislative predisposte all'uopo. Questo perché il popolo internet è composto di esseri umani. L'anonimato garantisce sì una certa libertà, ma non certo l'impunità. Orgoglio di essere così importanti da essere attaccati, paura di poter essere messi a tacere.

World Wild Web Muoversi nella rete dà la sensazione, a volte, di aggirarsi per luoghi inesplorati e vergini, continuamente da scoprire e cercare di conoscere. Dipende poi da dove si va e da come ci si va. Così nella realtà reale come nella realtà virtuale. Uno strumento, per quanto possa essere caricato di accezioni negative, come un'arma per esempio, rimane però uno strumento. In quanto tale è scevro di caratteristiche qualitative, le assume a seconda dell'utilizzo che se ne fa. Perciò l'acquisto di un'arma è permesso, seppur rigidamente regolamentato. Anche l'accesso alla rete è regolamentato. Perché quindi condannare uno strumento producendo come giustificazione di questo fatto l'utilizzo che solo alcuni, in assoluta minoranza, ne fanno? Forse la paura ha cambiato residenza?

Sandro Galanti


WeWrite, anno I, n. 4, aprile 2010