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Home Opinioni Tecnologia: forza o debolezza della modernità?

Tecnologia: forza o debolezza della modernità?

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Da sempre l'uomo ha dovuto misurarsi con la Natura. Spesso questo confronto ha assunto le sembianze della lotta, forse per l'innata competitività dell'umana indole, forse per la smania di dominarla. Ma se invece avesse con essa cooperato, come in molti casi ha fatto, la vita non sarebbe stata più facile?


Il Dritto



Un avvenimento naturale che diventa catastrofe globale. Eyjafjallajökull, vulcano islandese del quale i tre quarti dell’umanità ignorava fino a poco tempo fa l’esistenza, si è risvegliato dal suo sonno lungo due secoli. Ed è bastata la sua nube di cenere a destabilizzare l’intero sistema dei trasporti del vecchio continente, creando confusione nel mondo dell’economia e della politica. Il modo in cui quest’emergenza è stata affrontata mette in luce la fallacia dei sistemi informatici su cui è basata gran parte della nostra economia. L’uomo pensa di poter dominare la natura e prevedere ogni fenomeno; non è così. Questa vicenda ci offre uno spunto per riflettere sulla fragilità della nostra società e, in ultima analisi, della nostra conoscenza.

Non siamo invincibili? – I vulcani, nell’antichità, erano fucine in cui i mostruosi Ciclopi – operai di Efesto, dio del fuoco – forgiavano fulmini e saette per Zeus. Allora come oggi il fuoco, elemento vitale per eccellenza, associato all’energia, alla forza, al desiderio e alla conoscenza, ci ha dimostrato di essere il simbolo di una natura che è più forte dell’uomo e che fa vacillare le nostre certezze. Una natura – madre generosa e nello stesso tempo spietata – che è in grado di mettere in ginocchio la tecnologia e paralizzare l’intero pianeta. «E noi tutti – scrive Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera – ci sentiamo correre un brivido nella schiena all’idea di una potenza che di colpo sovrasta la nostra volontà e si mette a dettar legge».

Lo spettacolo della natura – Da sempre l’uomo ha temuto la furia devastatrice dei vulcani e la sua storia è indissolubilmente legata a quella dei “giganti di fuoco”, che destano paura e ammirazione nello stesso tempo. Era il 1883 quando ci fu l’eruzione del vulcano Krakatoa. Edward Munch giunse a Oslo una mattina di Dicembre. Si legge nel suo diario:«Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all'improvviso di rosso sangue. Fui pervaso dalla malinconia e rimasi immobile. Nuvole come di sangue e lingue di fuoco sovrastavano il buio del fiordo e della città. I miei due amici continuarono a passeggiare e io tremavo ancora di paura. Sentivo che un grande urlo infinito trafiggeva la natura». Dieci anni dopo, memore di quell’esperienza, dipinse l’incendio del cielo che i suoi occhi avevano visto. L’Urlo che il suo cuore aveva percepito.

Matematica e realtà – Di fronte all’improvvisa eruzione vulcanica, gli esperti hanno fatto ricorso a modelli matematici che analizzano le dinamiche delle polveri presenti nell’atmosfera. Quando però si è scoperto che la base della chiusura dello spazio aereo era basata su un modello realizzato dal Met Office di Londra – il servizio meteo britannico protagonista recente di colossali gaffe ed errori di previsione – le compagnie aeree si sono scagliate contro quella che è stata definita un’esagerazione nelle misure precauzionali. La domanda che ci poniamo è: si può ridurre la realtà a un modello matematico? Come abbiamo avuto modo di osservare, basta un piccolo scarto dalla realtà nella rilevazione dei dati per ottenere una previsione errata. Questo ci fa capire che non basta affidarsi ai numeri e che è sempre necessaria, accanto ai modelli, una “finezza” interpretativa.

Il vulcano insegna – L’evento può indurci a riflettere sul fatto che le forze della natura, da sole, bastano a vanificare i progressi che l’umanità ha compiuto nel corso dei secoli. La tecnologia ha permesso all’uomo di elaborare modelli in grado di comprendere come i fenomeni si evolvono, ma non di modificarli e né tanto meno di fermarli. Il piccolo vulcano islandese ci ha ricordato qualcosa di cui forse ci eravamo dimenticati: la terra è un corpo vivente che ha un suo respiro, una sua sensibilità: muove i continenti, innalza catene montuose, muta le maree. E l’uomo non è altro che un ospite su questo pianeta. Questo ci ha insegnato il vulcano: a riconoscere i limiti umani davanti alla potenza incontrollabile della natura.

Sara Sirtori


Il Rovescio

L'eterna lotta tra razionalità ed empirismo – L'innominabile vulcano Eyjafjallajökull ha riportato in auge un'antica dicotomia filosofica che nel suo manicheismo ha racchiuso millenni di umano studiare e filosofico elucubrare. Alla fine del duemilanove infatti l'attività sismica nel sud dell'Islanda ha iniziato un processo tellurico conclusosi il quattordici aprile scorso con l'eruzione del suddetto vulcano; se è vero che non ha causato particolari danni al territorio ospite, d'altro canto, è altrettanto vero, ed è stato quasi visibile per tutti, il danno generato nell'Europa intera dalla nube cinerea che Eyjafjallajökull ha prodotto e che ha impedito a tutta Europa di volare. Ma solo all'Europa aeronautica, perché gli uccelli non se ne sono nemmeno accorti. Se n'è accorto il  Met Office di Londra dando l'allarme e interdicendo lo spazio aereo di grandissima parte del vecchio continente, per salvaguardare la sicurezza dell'uomo.

Falsi allarmi e potenziali pericoli – Il divieto di volo ha creato grandissimi disagi sia economici, principalmente per le compagnie aeree, sia politici, stravolgendo la logistica degli spostamenti. Ma non c'è stata nessuna vittima. Non è morto nessuno. Gli unici a essere andati vicino all'infarto sono stati i patron delle compagnie aeree e qualche passeggero particolarmente ansioso. Lo chairman della KLM Kees Storm (nomen omen? NdR), ha inveito contro il centro meteorologico di Londra sostenendo che la visibilità, empiricamente valutata dall'occhio umano dei suoi piloti, era pressoché perfetta e non giustificava l'allarmismo diffuso dal modello matematico del Met. Potrebbe aver avuto ragione, ma di fronte a un pericolo potenziale di questa portata chi avrebbe rischiato? Credo sia stato meglio essere personalmente rimasto bloccato lontano da casa per una settimana che essere rimasto lontano dalla vita per sempre.

Prevenire è meglio che curare – La tecnologia non può nulla contro la natura, questo mi pare evidente, ovvio e scontato. Ma l'uomo, attraverso la tecnologia, può difendersi dalla natura in modo nettamente più efficace di quanto non potrebbe fare da solo. Basterebbe domandare agli aquilani se avrebbero preferito il disagio di una evacuazione possibilmente inutile alla certezza del disastro geologico dal quale sono stati colpiti. Perché qualcuno l'aveva previsto, ovviamente non poteva esserci certezza in quella previsione, il futuro, per quanto prossimo possa essere, rimane sempre imprevedibile. Ma Giampaolo Giuliani il suo allarme l'aveva lanciato, tacciato come falso, è stato ignorato, le conseguenze credo non sia il caso di ricordarle, sono immagini che difficilmente si dimenticano. La tecnologia, peraltro piuttosto semplice utilizzata da Giuliani, aveva previsto bene, ma per non creare il disagio di una evacuazione di massa poi s'è dovuto far fronte a più di una messa. Funebre purtroppo.

In aurea mediocritas. In medio stat virtus. Est modus in rebus Migliaia di anni fa, prima Aristotele poi Orazio, fra tanti, sottolinearono l'importanza della moderazione e del concetto di equilibrio come caratteristica fondamentale perché l'uomo vivesse serenamente e senza patemi. Nell'affrontare l'importanza di uno strumento troppo spesso capita che si dimentichi la sua natura. La tecnologia, in questo caso, ma tutti gli strumenti in generale, non possiedono pregi o difetti, non hanno un'indole, sono inanimati e formalmente stupidi. Ma ciò che li rende utili o inutili è sempre l'utilizzo che se ne fa. È l'uso che rende uno strumento buono o cattivo. Di conseguenza è sempre l'uomo che decide la bontà di un mezzo o di un altro. La tecnologia non esula da queste caratteristiche. La sua utilità è innegabile dati i molteplici e indiscutibili vantaggi che ha apportato alla vita di tutti noi, uniti spesso a svantaggi, d'accordo, ma è sempre l'essere umano la chiave di volta del suo mondo. Quindi siamo noi a decidere e deresponsabilizzarci attribuendo a uno strumento la colpa di un danno o un evento non è molto onorevole. Anche perché poi in caso di successo l'unico protagonista è sempre l'uomo, difficilmente divide il successo con lo strumento che l'ha reso possibile.

La collaborazione vince sull'antagonismo – Riconoscere la superiorità altrui è sempre stata cosa molto difficile per l'uomo, anche quando di fronte ha la Natura. Per la sua voglia di combatterla, dominarla e controllarla ha raggiunto risultati davvero incredibili e stupefacenti, ma il prezzo è stato troppo spesso troppo alto. Se avesse cercato un alleato in essa, rispettandola, sfruttandola nelle sue caratteristiche peculiari adattandole al suo scopo, senza invece asservirla a sé come se fosse un oggetto qualunque, credo che i risultati e la vita di ognuno di noi sarebbero stati di gran lunga migliori. La competizione stimola al miglioramento, ma non è sempre un nemico il nostro antagonista.


Sandro Galanti


WeWrite, anno I, n. 5, maggio 2010

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