20 maggio 2010: Craig Venter, biologo statunitense noto per la corsa al sequenziamento del genoma, annuncia di aver creato in laboratorio il primo organismo artificiale, un batterio composto da una cellula sola. A cinque mesi di distanza, è lecito passare dallo stupore alla riflessione, farsi qualche domanda. Craig Venter ha creato la vita? L'uomo si può (potrà) legittimamente sostituire a Dio? La religione e la fede sono state messe all'angolo?
Creare forme di vita dal nulla come si è in grado di fare oggi in laboratorio, non significa forse soddisfare la conditio sine qua non delle diverse fedi in un essere superiore che dispensa la vita? In questo discorso l’appartenenza a questo piuttosto che a quell’altro credo religioso o il professarsi senza Dio, non c’entra. Il batterio sconosciuto ─ La riflessione che mi accingo a condividere è sorta dopo aver appreso la notizia della creazione da parte di una équipe di scienziati (finanziata dalle lobby del petrolio, ndr) di un batterio prima sconosciuto: la nuova (in senso assoluto) forma vivente è stata ottenuta dopo lunghi studi e complicatissimi passaggi di alta ingegneria genetica. Essa, spiegano gli esperti, è in grado di dividersi e riprodursi autonomamente grazie a un DNA sintetico. In parole semplici, è stato trapiantato il genoma opportunamente modificato in laboratorio di un batterio all’interno di un altro, svuotato illo tempore del proprio corredo genetico e utilizzato quindi come un semplice involucro esterno. La portata della scoperta ─ Operazioni del genere erano già state compiute: infatti la novità autentica della scoperta che, con le sue svariate applicazioni, rivoluzionerà nel bene o nel male la nostra vita, sta nell’essere riusciti ad attivare quella serie di cromosomi. In altri termini, è stato scoperto l’interruttore per trasformare semplici catene di elementi chimici in vita. Qui, tanto per essere chiari, siamo lontani anni luce dalla duplicazione del DNA (ricorderete senz’altro la pecora Dolly, il primo clone animale al mondo). Si è arrivati alla creazione di un DNA sintetico di laboratorio (modificando a seconda delle esigenze un preesistente genoma di un qualunque organismo) e si è riusciti a dargli vita autonoma. Una creatura ─ anche un batterio con un piccolo sforzo può essere considerato tale ─ che prima non c’era, ora c’è e vive. L’ha generata l’uomo. Il suo corredo genetico in natura non esisteva. Ora esiste. Non è forse questo creare la vita? Non solo Dio genera nuova vita ─ Se dunque, al prevalente concetto di Dio si sottrae l’esclusività della matrice unica che plasma le forme viventi (e non), quasi svanisce, sfuma il motivo primigenio che sottende la fede e cioè il non affannarsi a cercare risposte. Bene: sia i credenti che gli atei dovranno in un futuro non troppo lontano (parliamo di 20-30 anni) rimodulare, capovolgendolo, il loro rapportarsi a tutto ciò che li circonda in ogni istante della vita. Il paradosso della vita artificiale ─ Tutti, a mio modo di vedere, prima o poi sentiranno questo bisogno e metteranno in discussione le personali risposte alle domande inevitabili che il fatto stesso di esistere ci pone da sempre. Credenti o meno, lo ripeto, non fa alcuna differenza. E così si potrebbe arrivare al risultato paradossale che i “con” e “i senza Dio” si scambino i rispettivi ruoli. Questi ultimi potrebbero cominciare a credere che realmente solo un essere superiore a noi sia stato capace di creare tutto: se anche l’uomo può generare una vita così elementare come un batterio, solo un Dio può aver creato dal nulla noi e l’universo. Viceversa i credenti perderebbero le fondamenta della loro fede cieca. Direbbero: ma allora non bisogna essere un Dio per creare la vita. Edoardo Pisano WeWrite, anno I, n. 9, ottobre 2010 Viviamo in un universo improbabile, divenuto capace di sostenere forme di vita complesse grazie alla combinazione di valori assunti da costanti fisiche quali l’intensità della forza nucleare forte o la velocità della luce. Una combinazione che aveva una probabilità quasi infinitesimale di realizzarsi, tanto quanto quella che un uragano spazzi via una casa dal North Carolina e con quei pezzi costruisca un jet a Porto Rico. Eppure, come scrive Francis S. Collins, a capo del Progetto Genoma Umano, «questi sono esattamente i parametri che osserviamo». L’annuncio della creazione della prima cellula sintetica da parte di Craig Venter, nel maggio scorso, ha nuovamente gettato sul tavolo il rapporto tra il creatore e la creatura, l’esclusività del dono della vita e della capacità di progettare nuove forme vitali in grado di autoreplicarsi. Chiarezza sui termini – Craig Venter non ha creato la vita, non almeno nel senso in cui è stato riportato da larga parte della stampa non specialistica. Senza una cellula vivente, il suo team non avrebbe potuto creare alcuna forma di vita artificiale. In altre parole, Craig Venter non è partito da zero, ma ha modificato qualcosa di esistente. Roberto Defez, biotecnologo del Cnr, commentando la notizia in un’intervista al Messaggero, ha inoltre spiegato che la cellula artificiale creata da Venter è soltanto un «oggetto virtuale», dato che «non sarebbe mai in grado di sopravvivere in un ambiente naturale e quindi è del tutto inutilizzabile». Questo è il punto chiave su cui occorre soffermarsi. Vendita all’ingrosso – Anche se, per assurdo, Craig Venter avesse creato la vita, dovremmo davvero stupirci? L’uomo non la crea fin da quando è nato, tramite l’unione sessuale? La questione non è se si crea, ma cosa si crea. In un futuro saremo in grado di produrre altre forme di vita più complesse? Ben fatto. La ricerca scientifica riuscirà a creare un uomo autentico (e qui credo che ognuno possa davvero dare la sua risposta su cosa lo sia), riuscirà ad amarlo e a esserne amato? Ottimo. Siamo sicuri che le cose andranno così, con la vita nuova? O forse Craig ne brevetterà il codice – come desiderava fare per il genoma umano dopo averne scopiazzato i risultati dal Progetto Genoma – e i nipoti dei nostri nipoti la troveranno sugli scaffali del nuovo supermercato all’angolo, nel giorno dell’inaugurazione, magari in formato 3 per 2? Ivan Libero Lino WeWrite, anno I, n. 9, ottobre 2010
Il Dritto
Il Rovescio
Il nuovo batterio creato in laboratorio riuscirà a sostenere le leggi dell’evoluzione e della selezione naturale, che procede per mutazioni casuali e sopravvivenza del più adatto? Non si producono già spontaneamente organismi nuovi, grazie a quel grandioso meccanismo individuato da Charles Darwin e mai assunto in maniera pacifica da parte della stessa comunità scientifica, che ancora si interroga se il meccanismo operi a livello di gruppo, di individui o di singoli geni? Verrà premiato o penalizzato dal suo inserimento ex abrupto tra le braccia di madre natura?
Armonia tra scienza e fede – Scienza e fede dovrebbero operare in armonia e i media non dovrebbero inasprire un rapporto già teso. La ricerca della verità è un bene assoluto su cui tutte le religioni convengono. La scienza spiega il come, la religione (e la filosofia) il perché. Tutto il resto è presunzione (da una parte e dall’altra).
Come ha scritto Francis S. Collins in Il linguaggio di Dio, «se gli esseri umani si sono evoluti esclusivamente attraverso mutazioni e selezione naturale, chi ha bisogno di Dio per spiegare ciò che siamo? A questo rispondo: io. Il confronto fra le sequenze dei genomi dello scimpanzé e dell’uomo, per quanto interessante, non dice che cosa significa essere umani. A mio giudizio, la sola sequenza del DNA, anche se accompagnata dal rinvenimento di un immenso tesoro di dati sul funzionamento biologico, non spiegherà mai certi speciali attributi umani, come la conoscenza della legge morale e l’universalità della ricerca di Dio. Liberare Dio dal fardello di atti particolari di creazione non vuol dire rimuoverlo come fonte di ciò che rende straordinaria l’umanità, nonché dell’universo stesso. Semplicemente, mostra qualcosa del modo in cui opera».






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