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Inquinamento dei mari e degli oceani: le isole di plastica

Marta Albè Energie Rinnovabili
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Isole di plasticaNon tutti sono probabilmente al corrente dell’esistenza di vere proprie isole di plastica, accumulatasi nel corso degli ultimi decenni sulle superfici marine che ricoprono il nostro pianeta. La più ampia di esse si trova nell’Oceano Pacifico, ma anche il nostro Mar Mediterraneo non è purtroppo estraneo al fenomeno. Gli oceani ricoprono il 71% del globo terrestre e contengono oltre il 95% dell’acqua presente sul nostro Pianeta. Spesso è facile dimenticare come l’acqua sia stata fonte della vita stessa e come essa sia indispensabile per la nostra sopravvivenza e per quella di ogni essere vivente.




Eppure l’abitudine al consumo smodato e all’utilizzo di prodotti usa-e-getta, o dalla vita considerevolmente breve, legata ad un loro scorretto smaltimento, provoca l’accumulo degli stessi nei più vasti mari del nostro pianeta, che vengono così purtroppo deturpati ed inquinati. I rifiuti vengono trasportati da alcune correnti convergenti, che, da diversi punti del globo, riescono a spingerli verso un unico luogo, favorendo la formazione di vere e proprie isole di immondizia.

Il più grande degli oceani, il Pacifico, si è così trasformato in una vera e propria discarica a cielo aperto. La più estesa isola di plastica presente sulla sua superficie si troverebbe non lontano dalle isole Hawaii, al centro del punto di convergenza di correnti marine provenienti soprattutto da Stati Uniti e Russia. La superficie dell’isola non è ancora stata stimata con precisione, ma le cifre più catastrofiche parlano di un’estensione in grado di raggiungere i 15 milioni di chilometri quadrati.

I rifiuti che contribuiscono a formare nuovi sgraditi arcipelaghi giungono in mare trasportati dai fiumi lungo i quali sono stati depositati o vengono verosimilmente abbandonati in acqua dalle imbarcazioni. Tra le isole di plastica del pianeta si trovano purtroppo oggetti di ogni sorta: sacchetti di plastica, palloni, giocattoli per bambini, accendini, imballaggi di vario tipo, bottigliette e flaconi. La presenza delle stesse è stata documentata da vere e proprie spedizioni fotografiche di ricognizione, volte a mostrare quanto la nostra Terra possa dimostrarsi fragile di fronte all’incuria umana.

La plastica, sotto l’azione dei raggi solari, rilascia sostanze dannose per la fauna marina ed in grado di inquinare irrimediabilmente le acque. Le materie plastiche più comuni, non biodegradabili ed interamente derivate dal petrolio, sono una delle maggiori fonti di inquinamento dei giorni nostri, tanto che, tenendo in alta considerazione i rischi per la salute ed ambientali derivati dalla loro produzione e dal loro difficile smaltimento, gli Emirati Arabi ed alcuni Paesi dell’Africa Orientale stanno vagliando disegni di legge volti a bandire totalmente la fabbricazione, l’utilizzo e lo smercio di oggetti ed imballaggi in plastica non biodegradabile.

Il problema dell’accumulo di plastica interessa purtroppo anche il vicino Mediterraneo. La quantità di rifiuti presente sulla superficie del Mare Nostrum, in particolare tra l’Italia, la Francia e Spagna, raggiungerebbe le 500 tonnellate. Buste per la spesa, frammenti di plastica dalle provenienze più svariate e mozziconi di sigaretta causano ogni anno la morte per soffocamento di centinaia di volatili marini. A rischio, naturalmente, anche pesci, tartarughe e mammiferi acquatici.

Di fronte a dati tanto sconcertanti, non può che rendersi necessaria una riflessione sulla dipendenza mondiale dalla plastica, e dunque dal petrolio da cui essa deriva, e sulla necessità di controllare con maggiore attenzione il destino delle tonnellate di rifiuti abbandonati ogni anno più o meno accidentalmente lungo i corsi d’acqua o direttamente in mare. Isole di plastica di dimensioni così immani non possono purtroppo che essere considerate uno dei segni più tangibili della nostra inciviltà ed incapacità di rispettare l’ambiente in cui viviamo, che costituirà la nostra eredità per le generazioni future.

Marta Albè

WeWrite, anno III, n. 3, marzo 2012