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La voce ai lettori: una lettera

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Riportiamo di seguito una delle lettere inviate alla nostra redazione.

C’è stato un tempo in cui pensavo ancora che i sogni potessero guidare le mie scelte e avevo una visione piuttosto rosea di come sarebbe stato il mio futuro. Mi sono iscritta all’Università – alla facoltà di lingue e letterature straniere – per portare avanti il mio progetto di un futuro in cui l 'uso delle lingue straniere sarebbe stato per me un lavoro.

La facoltà di lingue – mi sono detta – mi avrebbe permesso di fare ciò che davvero volevo, seguendo le mie inclinazioni personali, ma allo stesso tempo iniziavo a nutrire qualche dubbio circa le reali possibilità che mi avrebbe dato nel mondo del lavoro. Certo, se avessi fatto economia e commercio alla Bocconi – come tutti mi avevano suggerito – probabilmente ora sarei in un posto
diverso, il mio stipendio avrebbe uno zero in più e probabilmente non avrei tutte le paranoie che ho ora.

Per mediare tra le due alternative, ho deciso di scegliere un indirizzo aziendale, “Esperto linguistico di impresa”, così si chiamava (ora credo si sia evoluto con una nuova denominazione molto più accattivante per un diciottenne neodiplomato!). Pensavo che mi avrebbe messo in una posizione di vantaggio rispetto ai "semplici" laureati in lingue, che avrei imparato molte più cose e
avrei avuto migliori possibilità di lavoro.

Inoltre, il percorso formativo prevedeva uno stage di tre mesi, in una azienda di mia scelta, utile per poter ottenere un certo numero di crediti extra necessari per  conseguire la laurea. La mia prima esperienza di lavoro è stata in uno studio di traduzioni. Il mio compito sarebbe stato quello di tradurre dal tedesco all'italiano e viceversa, manuali tecnici, romanzi, riviste e
brochure pubblicitarie di ogni genere. Il primo giorno di lavoro ero emozionatissima e molto propositiva in vista di questa nuova esperienza. Alla fine dei tre mesi, non ho imparato granché, anche perché il lavoro del traduttore è molto più complesso di quanto mi aspettassi e richiede capacità e conoscenze che ancora non avevo; però è stata comunque un'esperienza positiva e
utile per me. Successivamente allo stage, mi sono iscritta al data base universitario al quale potevano accedere società interessate al mio profilo.

L'iscrizione mi è stata utile per trovare un lavoretto di una settimana come interprete presso la Fiera del Mobile di Milano. Ma a parte questa breve esperienza, nessuna società mi ha più contattato attraverso questo mezzo. Dopo la laurea, la mia prima "vera" esperienza di lavoro è stata all'interno di un call center di un noto corriere espresso. Ormai, la tappa call center  sembra un po’ un passo obbligato per i neolaureati in cerca di lavoro. Ci sono rimasta 11 mesi a 6,00 euro l'ora, senza contributi, né malattia, né ferie pagate. Ero triste, insoddisfatta e il futuro tanto roseo che mi aspettavo non si stava realizzando.

Ora lavoro in una società che opera nel settore della grande distribuzione e mi occupo di clientela estera. Finalmente faccio quello che desidero – crisi lavorativa a parte – e sento che questo è il lavoro per me, quello che ho sempre voluto fare. Non grazie all'Università: questo è certo.

Laura (laureata presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)