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Home Città A tutti un anno pieno di “poesia”. Poeti “in Erba”… e non

A tutti un anno pieno di “poesia”. Poeti “in Erba”… e non

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Presso il teatrino del Trotter, scuola all’aperto in via Giacosa 46 a Milano, si sono felicemente concluse delle pregevoli iniziative di carattere poetico, con la collaborazione di alcuni membri dell’Associazione per “La Casa della Poesia”. Presso l’istituto scolastico, negli anni scorsi, sono stati organizzati dei corsi di avviamento alla poesia alle elementari, dove vi è stato un approccio ludico a tale genere letterario, tramite filastrocche e nonsense. Alla scuola media, invece, il poeta Giampiero Neri ha sensibilizzato gli alunni alla lettura dei testi omerici, in particolare dell’Iliade. Entusiastica la risposta dei ragazzi a tali insolite sollecitazioni culturali che rendono fertile la naturale disposizione all’apprendimento dei discenti.
Perché non avventurarsi nel fantastico mondo dell’estro poetico per carpirne delle chiavi di lettura che ci rendano maggiormente avvezzi alla fruizione di quella  splendida produzione letteraria che è la poesia, vincendo inibizioni e pretestuose disaffezioni?

Intervista al poeta Giampiero Neri.


Perché ha scelto i testi omerici e  quali sono le difficoltà maggiori che ha riscontrato nell’attività svolta con ragazzi delle medie?

«I testi omerici, in particolare l’Iliade, costituiscono una sorta di summa, di enciclopedia dell’antichità. La descrizione che Omero fa del leone consta di numerosi quadri che rappresentano un vero e proprio trattato di storia naturale. Erano, certo, in questo caso, ascoltatori più giovani rispetto a quelli soliti, ma li ho trovati molto propensi a seguire con curiosità, forse per una sorta di “maieutica” messa in atto».

Non pensa che il tema delle virtù eroiche possa legittimare agli occhi dell’adolescente la spinta verso fenomeni deleteri come l’aggressività prevaricante e il cosiddetto “bullismo”?
«Le virtù eroiche in Omero sono sempre accompagnate da una grande nobiltà di comportamento; nei testi si rende omaggio al coraggio che è una virtù positiva. Altre considerazioni, di carattere militaristico, sono sovrastrutture che non ci devono interessare».

Che tipo di ricaduta sul piano formativo possono avere testi poetici classici, pur nella scarsa accessibilità del linguaggio e dei temi inusuali accostati?
«Il linguaggio dei classici, in realtà, punta alla semplicità ,è come leggere il Vangelo. Tutto il materiale poetico classico è improntato a chiarezza espositiva mentre i contenuti necessitano di un ausilio per essere interpretati e commentati. I poemi omerici possono essere visti su diversi piani interpretativi, sono pieni di un mondo arcaico di cui noi siamo intrisi e dal quale non si può prescindere».

Su quali valori si è fondata la Sua giovinezza e cosa è cambiato nel corso della Sua crescita, sulla spinta magari di influenze esterne?
«Non ci sono stati significativi cambiamenti rispetto a valori come quello dell’amicizia, ad esempio, nei confronti di Luigi Fumagalli, mio professore di Lettere. Continuo a sostenere fermamente, fino alla fine, il valore della Letteratura».

Ci sono ancora, nella quotidianità, aspetti o sensazioni che le restituiscono il sapore dell’infanzia?
«Ritrovo l’infanzia in alcuni luoghi di Erba, in cui sono nato, e che sono ritratti in alcuni quadri e fotografia, esposti in casa mia. Il mio paese natale è un posto molto caratterizzato, per questo è difficile trovare qui in città aspetti analoghi ad esso; mi manca tanto il rumore bellissimo degli zoccoli dei cavalli».

Ritiene di aver avuto un’infanzia felice e quali sono le esperienze che hanno particolarmente segnato la Sua vita, determinando anche la Sua ispirazione poetica?
«Per usare un’espressione attuale, assolutamente sì, sono stato felice, fino a sette anni, come figlio unico e dopo, con mio fratello (lo scrittore Giuseppe Pontiggia. il cognome Neri è uno pseudonimo). Mi è sembrato di vivere in un film, fino alla giovinezza. Un’esperienza dolorosa è stata invece la morte di mio padre che, privandomi di una guida, mi ha messo dinanzi all’aggressività umana. L’amicizia con Andrea Morbioli, mi è stato di aiuto nella fase iniziale del mio lavoro e mi ha fatto trarre un considerevole beneficio».

Su quali elementi del pensiero poetico ama  soffermarsi e quali sono, invece, quelli più ricorrenti nelle sua personale produzione creativa?
«Pasternak diceva che “l’armonia del verso non dipende dalla eufonia ma dal risuonare dei significati”. Io sono molto “contenutista”, nella poesia ho sempre cercato infatti le informazioni. Mi interessano la natura, gli animali, l’aggressività e tutto ciò che è collegato, come il mimetismo che, per gli esseri umani, non è altro che la parola».

Quale funzione dovrebbe avere a Suo avviso il poeta nella società attuale?
«Il poeta deve scrivere, senza avere una funzione particolare, che ne faccia un personaggio deputato a... Si scrive per uno stimolo interiore, per qualcuno che legge».

Cosa ne pensa del Progetto “Casa della Poesia”, al di là del coinvolgimento enfatico, potrebbero prospettarsi, a Suo avviso, possibili rischi come : commercializzazione, asservimento a logiche strumentali e di  lottizzazioni politiche, del sentimento poetico?
«Si vende poesia talmente poco che qualche libro in più non farebbe certo male. Altri rischi non ne avverto, dipende poi dalla volontà di un poeta di tenersi lontano da ciò che  gli risulta estraneo».

Come si è svolto il suo percorso letterario?
«Ho iniziato a scrivere poesie a circa trent’anni, sono stato pubblicato nel 1965 da G. Majorino ne “Il Corpo” ed ero in contatto con i poeti del Verri che si riunivano intorno al critico Luciano Anceschi. Nel 1972 Raboni ha introdotto sull’almanacco dello Specchio un’anticipazione  del mio scritto “L’aspetto occidentale del vestito”, che ha poi pubblicato nel 1976 nei “Quaderni de La Fenice”. Tramite Maurizio Cucchi, diventato oltre che recensore anche mio amico, ho iniziato a pubblicare per la Mondadori».

Quali peculiarità Le piacerebbe che fossero ricordate di Lei e magari inglobate da future generazioni?
«Preferisco non rispondere, se proprio devo farlo, ritengo che debbano essere gli altri a doverlo stabilire. I giovani vorrei che recepissero il contenuto d’informazioni presenti nel mio lavoro poetico».

Giuseppina Serafino

WeWrite, anno II, n. 1, gennaio 2011