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Giapponesi si nasce: uno sguardo ravvicinato sul popolo del Sol Levante

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Giapponesi si nasce, di Paolo Soldano«I giapponesi sono più simili a noi di quanto crediamo: è solo che riescono a nasconderlo molto bene». È ciò che cerca di dimostrarci Paolo Soldano, giornalista residente a Tokyo e autore del libro Giapponesi si nasce (Aletti Editore, luglio 2010), in cui sono raccolti frammenti di vita quotidiana, riflessioni estemporanee e impressioni sul Paese del Sol Levante e i suoi abitanti, in un viaggio che ci conduce da Osaka a Tokyo, le due città che l’autore ha potuto conoscere per esperienza diretta. Se i giapponesi non sono in fondo poi così diversi da noi, non dovrebbe essere molto difficile comprenderli ed entrare in empatia con loro, seguendo i brevi racconti “a tema” che compongono Giapponesi si nasce.

I luoghi comuni che vedono i giapponesi come maniaci dell’ordine, estremamente rispettosi del proprio codice di buone maniere e organizzatissimi in ogni occasione, pronti ad affrontare ogni evenienza, hanno un fondo di verità. Le code ordinatissime di giapponesi, ad esempio alle casse o alle entrate dei negozi  –  davvero impensabili in Italia!  – , sono una realtà che potreste osservare facilmente con i vostri occhi in terra nipponica e un’abitudine comportamentale così radicata che i giapponesi stessi non ammetterebbero mai di considerarla inutile. Forse per il loro ancor più radicato senso dell’onore? Così come non ammetterebbero mai, secondo le parole dello stesso autore, di sfruttare la loro abilità di guardare senza essere guardati o di avere delle difficoltà a scrivere gli ideogrammi più complicati, aiutandosi dunque utilizzando il cellulare.

Nelle stazioni si resta in attesa del ripristino delle linee metropolitane con incredibile compostezza. A monte, la presenza nella capitale nipponica di edifici costruiti secondo precise regole antisismiche, ha evitato crolli che sarebbero stati devastanti, alla luce della elevata magnitudo del terremoto, che ha portato allo scatenarsi di un violento tsunami.

Del resto, i giapponesi sono abituati ai terremoti, ben sapendo come il loro Paese sia collocato in una zona del globo a forte rischio sismico, dove i movimenti delle placcche terrestri provocano scossse spesso percepite non soltanto dai sismografi, ma anche dalla popolazione. Le scosse di terremoto in Giappone sono dunque piuttosto frequenti e non stupisce quindi, cone ricorda Paolo Soldano, che tra gli opuscoli di informazioni varie rivolti agli stranieri, vengano pubblicizzate delle lezioni di «Preparazione al disastro», con tanto di interpreti simultanei plurilingue a disposizione e terremoto simulato di magnitudo del settimo grado. Un’iniziativa del genere potrebbe sembrare esagerata ai nostri occhi, quasi ridicola, ma quanti di noi potrebbero ammettere di sapere esattamente come comportarsi in caso di terremoto?

Vorrei segnalare infine un’iniziativa di solidarietà promossa dall’autore, in accordo con Aletti Editore. Per un anno a partire dal 20 marzo 2011, per ogni copia venduta – in qualsiasi forma – di Giapponesi si nasce, sarà devoluto 1 euro a sostegno dei terremotati giapponesi, tramite la Nippon Foundation, associazione umanitaria con sede a Tokyo, che organizza in tutto il mondo progetti di raccolta fondi a favore delle popolazioni colpite dal sisma e dallo tsunami. Si tratta di una prima piccola iniziativa, a cui l’autore spera ne potranno seguire altre.

La reazione dei giapponesi al sisma: una testimonianza di Paolo Soldano

«I giapponesi stanno cercando di reagire a questa situazione senza lasciarsi prendere dal panico, e cercando di razionalizzare il più possibile, semplicemente come hanno sempre fatto: preparandosi all'emergenza, per non trovarsi poi in situazioni peggiori di quelle che potrebbero vivere. Un esempio? Dopo il terremoto e i primi giorni di scosse di assestamento i giapponesi hanno “assaltato” supermercati, benzinai, ecc. Ciò è vero, ma solo in una certa, piccola misura. Quasi nessuno ha avuto l'accortezza di capire che non l'hanno fatto per la paura nucleare, ma per le eventuali altre forti scosse (previste e verificatesi fortunatamente con effetti minimi) e tutto ciò che ne sarebbe potuto conseguire (interruzioni di corrente e gas, soprattutto). Tokyo non è mai stata una città fantasma: la preoccupazione era e rimane alta, ma sempre circostanziata. Stiamo parlando di un Paese che sta ancora contando le vittime di uno dei terremoti più devastanti della storia: è chiaro che molti eventi, iniziative “ludiche”, appuntamenti (sportivi, sociali, ecc) sono stati cancellati. Mi sembra ovvio. Inoltre le previste interruzioni di corrente nella cintura metropolitana intorno a Tokyo hanno creato molti disagi ai quali i giapponesi, dopo due/tre giorni, si erano già abituati».


Marta Albè

WeWrite, anno II, n. 4, aprile 2011