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Afghanistan: la condizione delle donne nel 2010

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L’ultimo episodio di accanimento contro le donne afghane è avvenuto il 25 aprile scorso, a Kunduz, nel nord del paese: ottanta bambine di un istituto d’istruzione sono rimaste intossicate da un gas sprigionato nella loro scuola. Autori di quest’ennesimo gesto intimidatorio sono i “Taliban”, i famigerati estremisti islamici che hanno governato il paese dal 1996 al 2001 e che tuttora controllano una buona fetta del territorio.
Nonostante i nove anni di presenza militare occidentale, infatti, la condizione delle donne nell’Afghanistan del 2010 non sembra affatto migliorata. Ce ne dà una dimostrazione personale Patrizia Fiocchetti, membro del “Coordinamento italiano sostegno donne afghane” (Cisda) ed esperta di Afghanistan, tornata di recente da una missione internazionale nel paese.

Le donne afghane – «Questo è solo uno dei tanti episodi di accanimento sistematico contro le donne che si registra ancora in Afghanistan, nonostante i media occidentali si sforzino di propinarci un messaggio totalmente opposto; che, cioè, dopo la “cacciata” dei talebani nel 2001 (si fa per dire…), le donne siano state liberate dalle oppressioni e dalle vessazioni a cui erano sottoposte e che ora godano di pace e tranquillità. Emblematico è il caso del burqa, il famoso indumento che le donne usano da sempre, perché parte della loro tradizione. In realtà, come già dicevo, la situazione nel paese è tutt’altro che rosea: stanno aumentando a dismisura le violenze e gli stupri sulle ragazze, che non hanno la benché minima possibilità di rivolgersi alle autorità locali e che, purtroppo, spesso vivono l’isolamento e il ripudio delle proprie famiglie; il tasso di suicidio femminile sta subendo un incremento costante; l’istruzione delle donne è una chimera: in vaste aree del paese, laddove l’influenza del governo centrale è più debole, le scuole femminili faticano a restare aperte, le insegnanti sono spesso oggetto di minacce e le studentesse rischiano di restare sfigurate con l’acido; continua senza sosta la pratica dei matrimoni di giovani donne con uomini molto maturi; in generale, possiamo dire che la donna in Afghanistan continua a essere una sorta di merce di scambio che le famiglie utilizzano per regolamentare le loro contese e le diatribe tra clan».

I progetti locali Il Cisda, che si batte per la tutela e la promozione della donna e che porta avanti nel paese numerosi progetti finalizzati a tale scopo, sostiene e collabora a Kabul con alcune piccole, ma molto determinate associazioni locali di donne, che sfidano ogni giorno il rischio della morte per le loro attività e le prese di posizione. Tra le più note c’è Rawa, (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), l'Associazione Rivoluzionaria delle Donne d'Afghanistan, fondata nel 1977 da un gruppo di donne intellettuali guidate da Meenia, assassinata nel 1987 in Pakistan, a opera degli agenti afghani dell’allora KGB. Rawa è impegnata su tematiche squisitamente politiche e di contrasto soprattutto ai “Signori della guerra”, che tuttora si trovano all’interno del parlamento e del governo afgano, nonché di condanna dell’azione militare internazionale all’interno del paese.

Poi, ci sono associazioni umanitarie come Hawca (Humanitarian assistance of the Women and Children of Afghanistan) e OPAWC (Organization for Promoting Afghan Women’s Capabilities) impegnate a diffondere la cultura della pace e dei diritti, in una situazione di conflitto, ormai pluritrentennale.

Tra i principali progetti, oltre all’apertura di orfanatrofi e ospedali, all’organizzazione di corsi professionali, all’erogazione di micro-crediti alle vedove, alla predisposizione di una rete scolastica per la prima alfabetizzazione, spicca la recente apertura di un “Centro legale per donne”, una casa di protezione per le vittime di violenze e abusi, finanziato da Unifem (Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti delle donne) e gestito da Hawca.

La situazione del paese «Durante questi nove anni di presenza militare occidentale – fa notare senza mezzi termini Patrizia Fiocchetti – sono stati riversati miliardi e miliardi di dollari per la ricostruzione, ma girando il paese non riscontri assolutamente segni concreti che vadano nella direzione di un miglioramento della qualità della vita e della situazione generale. Eclatante è il caso di Kabul che, in quanto centro del potere, sede della ambasciate e della cooperazione e quartier generale alleato, dovrebbe essere la cartina di tornasole degli sforzi occidentali: la città continua ad essere sommersa dalla polvere; alla sera manca l’elettricità; l’acqua è carente e le strade asfaltate sono solamente cinque, di cui solo due accessibili anche alla popolazione. Nelle zone periferiche, nei villaggi di campagna, si registra un regresso assoluto. Eppure ti capita di incontrare qua e là ville magnifiche, emblema dello sfarzo e del lusso, spesso sorvegliate da milizie armate private, che appartengo ai “Signori della guerra”».

Alcuni di questi sono sulla breccia da tempo: Fahim, Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri che ha sfidato Karzai alle ultime elezioni, Hekmatyar, Dostum. Sono gli uomini dell’Alleanza del Nord, che stabiliscono la loro personale supremazia sfruttando la coltivazione e il commercio del papavero e con cui l’Occidente ha stretto un patto all’indomani dell’occupazione del paese, nel 2001.

«La domanda che tutti noi cooperanti ci poniamo – prosegue Fiocchetti – è dove vadano a finire tutti questi soldi e, soprattutto, come sia possibile che in questi nove anni non siano mai stati adottati seri meccanismi di controllo e di verifica. Se perfino Hillary Clinton, che non è un politico qualunque, ma il segretario di Stato americano, è arrivata recentemente a denunciare questa situazione e a domandarsi che probabilmente c’era qualcosa che finora non aveva funzionato, forse siamo giunti davvero al collasso…».

Il governo Karzai «Viene da sorridere a vedere Karzai in giro per il mondo in rappresentanza del popolo afghano. La realtà afgana è particolarmente complessa e sfaccettata e certamente Karzai non è in grado di gestirla. Alle recenti elezioni ha votato un afghano su tre e i brogli sono stati massicci. Ma al di là di questo, il controllo reale che Karzai ha del territorio, compresa la stessa Kabul, è davvero scarso, e questo non solo per la presenza dei talebani. Il problema principale, però, è la corruzione e in questi anni Karzai non ha fatto nulla per contrastarla. È sceso a patti con tutti, pur di rivincere le elezioni e restare al potere, spesso anche a scapito della popolazione (vedi legge punitiva sulla condizione delle donne di etnia hazara [ndr]), ma non può far altro che “galleggiare”, perché gli attori in gioco sono davvero tanti».

Che ne sarà dopo il 2013? «È l’interrogativo che tutti a Kabul si chiedono: cosa ne sarà dopo il 2013, data prevista per il ritiro del contingente Isaf-Nato? I talebani sono stati tutt’altro che sconfitti, controllano un’ampia fetta del paese e hanno una grande pazienza. Dopo nove anni di fallimentare presenza occidentale, con centinaia di migliaia di vittime civili e 55.000 militari, il cuore degli afghani non lo scaldi più. La popolazione è stanca e sfiduciata. La disoccupazione è alle stelle e la povertà evidente. Chi può scappa, fugge. O la comunità internazionale si dà una mossa, legando gli aiuti all’effettivo raggiungimento degli obiettivi e smettendola di fare accordi con gli aguzzini della gente, oppure per questo martoriato paese le speranze di un futuro migliore saranno davvero sempre più esili…».


Giacomo Scardigli

 

WeWrite, anno I, n. 5, maggio 2010