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Sakura

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Shizuka tornò con un messaggio sotto il kimono. Teneva la lettera stretta nella mano destra, ma per farsi leggere i kanji dovette chiedere l’aiuto del nobile Kazuo. Lo shogun era ancora distante e forse era per questo che i contadini mettevano da parte il raccolto e i bambini correvano liberi nei campi.
Quando lo shogun sarebbe arrivato, qualcuno avrebbe dovuto far saltare il ponte, sventolare il vessillo, lanciare l’attacco, morire con onore. Guardando i petali rosa del ciliegio vicino al ruscello, non potei non pensare a Sakura, alle sue gambe pallide come le cime del monte Fuji e ai suoi occhi sinceri come l’ultimo haiku di Bashō. Non l’avrei mai vista crescere.

Ivan Libero Lino

WeWrite, anno I, n. 8, settembre 2010