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Home Società Coco Chanel: un lungo anelito alla libertà

Coco Chanel: un lungo anelito alla libertà

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Gabrielle “Coco” Chanel«Ad appena vent’anni ho fondato una casa di moda. Non fu una creazione di un’artista né quella di una donna d’affari,  ma l’opera di un essere che cercava solo la libertà». (Louise de Vilmorin, Coco Chanel, 2007 ed. Sellerio).

Liberarsi – La vita di Gabrielle “Coco” Chanel (1883-1971) fu un lungo e ininterrotto anelito alla libertà. Cresciuta in orfanotrofio,  raggiunta l’età per lasciarlo inizia a lavorare come commessa e contemporaneamente si esibisce come cantante in un caffè di Parigi; da qui comincia la sua rincorsa al riscatto: desiderosa d’indipendenza sfrutta tutte le possibilità che la vita le dà. La prima, che coglie al volo, è la fuga con Etienne de  Balsan nel 1904 a 24 anni; sarà lui a finanziare la prima attività di Coco: cappellini di paglia, in netto contrasto con i copricapi paludati e pieni di orpelli dell’epoca, che ebbero subito uno straordinario successo grazie al passaparola. Da lì in poi l’ascesa e la rottura con il passato di Mademoiselle, perenne inquieta, non si fermeranno più: comincerà ad aprire negozi, a incrementare il fatturato diventando una brillante donna d’affari proprio grazie a quello che non voleva per sé e per le donne dell’epoca.

Respirare – Ferma sostenitrice dell’indipendenza della donna, comincia fin da subito a manifestare questa sua convinzione: contrariamente alla moda dell’epoca, ricercava semplicità e comodità rifiutando di indossare sin da giovanissima gli abiti che tanto appesantivano e  toglievano libertà, quindi nessun bustino, nessun cappello pieno di fronzoli, nessun vestito che impedisse il movimento, traducendo quella che evidentemente era un’esigenza di tante donne: la libertà. Coco le fa respirare, permette loro di muoversi, taglia, accorcia, alleggerisce e  l’autonomia che dona loro nell’abbigliamento altro non è che una metafora, di non poco conto, di ciò che la stilista predicava per sé e per tutte: non necessariamente si deve vivere alle spalle di un uomo, dipendenti da lui economicamente e non solo, non necessariamente ci si deve sposare per avere una posizione nella cosiddetta buona società dell’epoca (non poi così differente da quella attuale); le affranca dal giogo delle complicate acconciature  tagliandosi i capelli corti (in seguito alla bruciatura di una parte di essi, decide di portarli corti), da una monta a cavallo pericolosa e scomoda vestendo lei stessa, suscitando non poco scalpore, pantaloni da cavallerizza sottratti a uno stalliere. Stanca di portare la borsa in mano, decide di mettere due catenelle a una pochette a mano e nasce così quella che poi diventerà un classico, la 2.55. Leggendario il suo non saper disegnare gli abiti cucendoli direttamente addosso alle mannequin ed eventualmente disfacendo e ricucendo fino a raggiungere un risultato che la soddisfacesse. Sdogana l’abbronzatura, fino ad allora simbolo dell’umile lavoro nei campi, libera le gambe accorciando i vestiti,  dona vestiti eleganti  e raffinati allo stesso tempo liberi e ottimisti, creando la donna moderna.

Gabrielle “Coco” Chanel: foto in bianco e neroGabrielle “Coco” Chanel: foto in bianco e nero

Vivere – Coco fu sempre ossessionata dai soldi ma la sua fu un’ossessione dettata dall’esigenza di riscatto e ha sempre anteposto il lavoro alle sue tormentate storie d’amore, rifiutando di sposarsi pur essendo così terrorizzata dalla solitudine da vivere gli ultimi anni in una suite dell’ Hotel Ritz.  Donna acuta e brillante,dalle risposte sagaci e pungenti, ha frequentato la meravigliosa avanguardia che Parigi ha offerto nel secolo passato da Cocteau a Colette, da Stravinskij a Picasso. Un carattere indubbiamente duro, collerico, umorale, un voler sempre rasentare la perfezione che celava una fragilità immensa, i conti mai fatti con un’infanzia infelice e povera e con una solitudine che non l’ha mai lasciata.  Quando al termine della seconda guerra mondiale, all’età di 71 anni, dopo una lunga pausa, è tornata con una nuova collezione è stato un trionfo assoluto e fino all’ultimo ha seguito ogni sfilata appollaiata e semi-nascosta sulla scala in Rue Cambon 29, storica sede della maison.

«Ho inventato la mia vita supponendo che tutto ciò che non amavo avesse il suo contrario che, inevitabilmente, avrei amato».

Evelina Guerreschi

WeStyle n.1, febbraio 2011, supplemento a WeWrite, anno II, n. 2, febbraio 2011