Autunno 2003. «Ha inizio l’hackeraggio!», con queste parole Mark Zuckerberg, appena scaricato dalla ragazza e appena un po’ ubriaco, s’impossessa ingegnosamente delle foto di tutte le studentesse dagli archivi web di Harvard e crea un’applicazione on line che consente agli studenti di scegliere le ragazze più sexy. La trovata fa il giro delle varie confraternite e manda in tilt la rete universitaria. Lo sconosciuto nerd attira attenzione su di sé e, per farla breve, nel giro di poche settimane inventa il social network più celebre di sempre, Facebook (anzi, The Facebook come viene inizialmente battezzato).
Solo una storia? –Il film del “famoso ma non troppo” David Fincher (Fight Club, Zodiac) narra dei due processi intentati ai danni di Zuckerberg da Eduardo Saverin, il suo ex migliore amico cui è stato dato il benservito dalla società non appena divenuta milionaria, e dai facoltosi fratelli Winckelvoss, che lo accusano di aver rubato loro l’idea di Facebook. Da questo punto di partenza, tra digressioni e flashback, il regista ci mostra il dietro le quinte dell’invenzione che, ci piaccia o no, ha cambiato il modo dei giovani e non di rapportarsi con se stessi e con gli altri. Lo stile narrativo, essenziale e fortemente improntato sui dialoghi, risulta ben calibrato nel ritmo, veloce e fedele testimone del “mondo 2.0” nel quale ci troviamo immersi. Tra amicizie tradite per motivi più o meno condivisibili, annaffiate da miliardi di dollari, valore che la società raggiunge grazie ai preziosi consigli di Sean Parker (squattrinato inventore di Napster bene interpretato da Timberlake, salito sulla barca Facebook nel miglior momento possibile) e curiosi quanto gustosi retroscena, soprattutto per chi il social network lo usa e lo conosce bene, questa pellicola ci porta inevitabilmente a riflettere.
Virtuale vs Reale – L’invenzione di Zuckerberg, che un’iperbolica battuta del film definisce “l’idea del secolo”, quanto, e soprattutto come, influisce sul nostro vivere quotidiano? Un social network ci permette di rintracciare amici lontani o di cui si sono perse le tracce, ci fa condividere foto e canzoni che amiamo e in certi casi ci dà la possibilità di mostrare, liberamente e gratis, nostre creazioni, siano esse video o elaborati scritti. Fin qui, tutto bene. Il rovescio della medaglia è però il rischio di un appiattimento della socialità, di un utilizzo smodato che, come una qualsiasi dipendenza tossica, conduce all’isolamento. Si rischia l’auto convincimento che la nostra bacheca, i nostri tag e le profile pic possano sostituire la vita vera. Il lavoro di Fincher ci mostra queste cose facendole trasparire dalla pelle stessa di Mark (il ventisettenne Jesse Eisenberg) che, in fin dei conti, altri non è che un universitario come tanti, snobbato dalle ragazze e dai circoli più esclusivi, con un gran cervello informatico che lo porterà a diventare il più giovane miliardario degli Stati Uniti, ma sicuramente non è una persona felice.
Last but not least – L’ultima scena lo fa capire in modo significativo. Il protagonista, rimasto solo, chiede l’amicizia su Facebook a Erika, la ragazza che lo scarica nella prima scena (due di picche che farà da miccia per le imprese on line di Zuckerberg) che è l’unica ad aver capito realmente il valore della “persona” Mark e in fin dei conti è l’unica persona che realmente gli interessi. Nonostante lei sia ormai persa, l’ultima sequenza ci fa capire che per Mark nulla al mondo avrà più importanza della risposta di Erika alla sua friendship request. Ed è proprio questo, che ci deve spaventare. Per inciso: manca poco a Natale… Gli auguri, quando possibile, vi consiglio di farli di persona e non attraverso una tastiera!
Francesco Messina
WeWrite, anno I, n. 11, dicembre 2010
