Un po’ Buried, un po’ Grande Fratello: il dramma a lieto fine dei mineros intrappolati nella miniera di San José alla fine diventerà un film di Hollywood.
Tutto il mondo ha seguito la vicenda col fiato sospeso grazie ai giornalisti e alle troupe televisive che hanno trasmesso una diretta dei soccorsi. Una prova di resistenza e di coraggio. L'emozione non è mancata… perché il lieto fine era atteso, ma non certo. E perché senza dubbio è stata una grande impresa, tecnologica e umana. Ma che ne è dei minatori una volta tornati in superficie?
Il “reality dei mineros” non è ancora finito. Non appena usciti dalle viscere della terra hanno trovato ad aspettarli familiari, amici e centinaia di telecamere.
Per la tv sono pronti una docufiction e un reality intitolato Coal (Carbone). E ci sono anche libri. Una loro esclusiva vale fino a 45 mila dollari e in USA è in uscita l’instant book Sepolti vivi e verrà pubblicato il diario tenuto dal minatore Victor Segovia. Marchi di birra e di abbigliamento se li contendono come testimonial. Sono stati sommersi di regali: una crociera di due settimane alle Cicladi pagata dal governo greco, iPod spediti direttamente da Steve Jobs, rosari benedetti dal Papa e 10 mila dollari a testa donati da un milionario cileno.
Eppure forse non tutti sanno che esiste anche un film che anticipa questo evento: Ace in the hole (L'asso nella manica), di Billy Wilder. Il protagonista di questo film del 1951 era Kirk Douglas, un giornalista ambizioso e senza scrupoli che sogna di realizzare lo scoop che gli cambierà la carriera. Specula così sulla tragedia di un povero operaio rimasto intrappolato dopo il crollo di una miniera, cercando di ritardare il più possibile i soccorsi per rendere l'incidente ancora più spettacolare. Quello che si crea è un grande “show mediatico” dal tragico epilogo.
La stampa che uccide. Esistono giornalisti pronti a sacrificare ogni sentimento in nome della cronaca. Stiamo andando verso la deriva morale, come nel film di Billy Wilder? Il cinismo dei mass media non è una novità e ritorna puntualmente a ogni fatto di cronaca, facendolo diventare il reality show del momento. Vicende che hanno riempito per mesi e anni i palinsesti televisivi e migliaia di pagine di giornali, sfociano in dibattiti televisivi che pian piano si esauriscono da soli e senza portare ad alcuna conclusione. Pezzi di vita reale entrano nel pericoloso meccanismo di questa “macchina mediatica” che ha come unico obiettivo l’audience. E a volte ne vengono spaventosamente fagocitati.
Certo è che questa è una storia piena di simboli affascinanti: il ventre della balena, il mito della Caverna, la discesa agli inferi e infine la svolta: la risalita e rinascita dell’eroe. La caverna è il luogo della morte, la dimora delle ombre, simbolo di ancestrali speranze e paure ma anche moderna realtà da scoprire in tutto il suo fascino. E infine… si torna alla luce. Finalmente si torna nel “cuore” dell’inquadratura. Speriamo che in futuro questa vicenda non sia ricordata come una sorta di surrogato di reality show, ma faccia da esempio e incoraggiamento per una maggiore sicurezza dei lavoratori. Ciò che viene alla luce è la consapevolezza del valore della vita, attraverso la suggestiva immagine della discesa agli inferi e della risalita “a riveder le stelle”.
Sara Sirtori
WeWrite, anno I, n. 10, novembre 2010
