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Le città galleggianti

Evelina Guerreschi Cultura
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Città galleggiantiL’ ambasciata delle città affondate, Green Float, Lilypad, Water Scraper, Sub Biosphere 2, NOAH sono nomi a cui ci dovrem(m)o letteralmente aggrappare.  Sono infatti queste le denominazioni di alcuni progetti presentati a Sidney in occasione di un concorso internazionale sulla possibilità dell’uomo di vivere in città galleggianti.



Gaia Il  concorso è quanto mai, purtroppo in modo macabro, attuale, considerata l’ultima catastrofe giapponese e la conseguente preoccupazione per il futuro di Gaia, preoccupazione  che ciclicamente ricompare in occasione di tali calamità. Le previsioni sull’innalzamento del livello delle acque non sono certo ottimistiche, si parla infatti di un aumento da 9 a 90 centimetri entro il 2100; facile quindi prevedere che quartieri, se non addirittura intere città, saranno completamente sommersi dall’acqua con decine di migliaia di sfollati. La sistemazione dei rifugiati è quindi un problema drammaticamente sempre più pressante e impone  quantomeno un’ipotesi di soluzione che si presenta  sotto forma di città completamente autosufficienti, ecologiche, in grado di spostarsi sull’acqua seguendo le correnti senza esserne travolte, capaci di ospitare fino a 50.000 persone.

Città galleggiantiAcqua Non vogliamo qui soffermarci su quella che è materia di ingegneri e architetti, i quali a dire il vero hanno presentato progetti davvero interessanti e, per quanto futuribili,  che paiono fattibili sulla carta, bensì su cosa potrebbe significare vivere perennemente sospesi e in movimento, senza fissa dimora ma contemporaneamente in una gabbia senza sbarre né senza colonne di Ercole da oltrepassare; una medaglia che da un lato ha la sopravvivenza e la continuazione del genere umano e dall’altro la sensazione di un allevamento intensivo senza possibilità di evasione, in perenne balia delle acque; l’acqua che prima distrugge e che poi salva, città distrutte dall’acqua e città che sopravvivono grazie all’acqua in un dualismo vertiginoso.

Ottavia Nel momento in cui ho cominciato a riflettere sul tema delle città galleggianti, mi è tornato in mente il libro di Calvino Le città invisibili (Mondadori) e più nello specifico la città Ottavia, facente parte della categoria Le città sottili: «Ora dirò com’è fatta Ottavia, città-ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. […] Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge. » (cit. p.75) Gli abitanti di Ottavia dunque, sospesi sopra il vuoto, godono appieno la vita sapendo di vivere sul nulla, metafora questa anche della coscienza dei propri limiti. Forse, se avessimo preso coscienza dei nostri limiti prima di stravolgere il mondo in cui viviamo, come gli abitanti della città di Bauci, non saremmo arrivati al punto di dover progettare città galleggianti per un  probabile day after. Ho un suggerimento per i costruttori delle città galleggianti: lasciare una copia de Le città invisibili in ogni unità abitativa delle future Ottavia.


Evelina Guerreschi

WeWrite, anno II, n. 6, giugno 2011