La Dolce Vita di Federico Fellini è un film intramontabile. Pellicola che continua a rappresentare l'immagine nel cinema italiano nel mondo. Lavoro eccelso di un regista ironico e visionario che si è fatto, inevitabilmente, stereotipo. Luogo comune, però, che non riesce più a trovare un riscontro nella realtà. Nel mese di novembre, a Milano, è stata presentata all'Anteo Spazio Cinema la versione restaurata della pellicola che vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes del 1960.
Anita Ekberg cammina ancora più sensuale per le via di Roma, e il giornalista Marcello Rubini (alias Marcello Mastroianni) si dà al gossip e alla cronaca rosa, inseguendo il profumo di una vita di “bistecconi” e “molliconi figli di mamà”. Voglia di ripartire, di rialzarsi, voglia di frivolezza all'interno di una società ancora spaccata. Stra-benedetto e stra-inflazionato Neorealismo. Cerchiamo di capire quale sia la visione di una pellicola grande e popolare come questa da parte di un ventenne di adesso. Sì, perché non stiamo vivendo né negli anni Sessanta né nel primo Dopoguerra. Musica, arte e cinema si ripropongono con una frequenza che sta diventando francamente spaventosa in questi ultimi anni.
E adesso? – Adesso il fermento c'è come allora, più di allora, ma non possono essere solamente i piccoli circuiti dell'underground a farci nuovamente respirare. Ci vuole spazio. Non si fraintenda: non è un incitamento a ignorare, piuttosto l'espressione di un'esigenza. Non si può vivere di compianti ricordi o antichi lustri. La benzina c'è. Nessuno, però, pare disposto a buttarci sopra il fiammifero.
Parto dalla benemerita iniziativa di restauro da parte della Cineteca di Bologna del lavoro felliniano e dalla sempre alta recettività di Milano per gli eventi culturali di ogni sorta per cercare di capire cosa, molte di queste manifestazioni, possano effettivamente significare per la città in generale. Sicuramente un momento di aggregazione, di commemorazione, un'occasione per ritornare ad apprezzare l’arte degna di tale nome. Temo, però, che siano piccole candele destinate a spegnersi in una notte, anche all'interno di cuori degli spettatori. Il motivo? Non parlano più di noi. Non ci danno interpretazioni, stimoli, voglia di innovare, di cambiare. Non fotografano più nulla. Fatta eccezione per i valori universali, il resto è natura morta.
Se Milano, sotto l'albero di Natale… – Milano è grande. Verissimo. Almeno dal punto di vista dell'offerta culturale. Trovi di tutto. A dicembre si va dal concerto di M.I.A, straordinaria musicista dello Sri Lanka, a quello di Francesco Guccini. Registi italiani, statunitensi e non solo popoleranno le sale e le librerie della città; reading e incontri di ogni sorta terranno vivi gli aperitivi di manager, studenti, impiegati, operai. Il Natale si avvicina, e la città è destinata a impazzire sotto le luci. Regali, bisogna pensare ai regali. Io ho un'idea sul dono, a mio avviso più bello, che la città potrebbe fare ai cittadini. Un po' di libertà dal punto di vista delle voci in gioco. Un po' di novità. Milano e il cinema hanno sempre avuto un ottimo rapporto. Si potrebbero citare decine di film girati nel capoluogo lombardo.
Nel Dopoguerra si tentò di farne la capitale del cinema industriale cercando di attivare un tipo di produzione che potremmo definire pura, all’americana, in cui industriali/imprenditori erano chiamati a investire direttamente nella "settima arte". Purtroppo, il progetto era assai arduo e la cosa non decollò mai veramente. Torino e Roma rimasero le città più attive per la celluloide italiana. Forse è per questo piccolo grande fallimento che Milano ora guarda al cinema troppo da lontano. Gli eventi, come detto, non mancano, così come i festival, scarsamente considerati. Quasi dimenticavo: il regalo, quindi? Ben venga la Dolce Vita, ma diamo spazio anche a quella amara, quella di oggi.
Federico Carcano
WeWrite, anno I, n. 11, dicembre 2010
