L’io e la socialità virtuali, una questione di autopromozione; la vera essenza dell’avatar o profilo.
Inizialmente Facebook, il più grande social network con oltre 60 milioni di utenti attivi, fu concepito come punto di ritrovo per chi voleva rincontrare gli ex-compagni di scuola (o di asilo e di elementari per chi come me ha 20 anni), amici di vecchia data e tutte quelle persone mai dimenticate del tutto; persone di cui semplicemente si hanno perso i contatti, nei confronti delle quali magari è considerata troppo impegnativa una telefonata, o la cui ricerca, visti gli impegni quotidiani e gli svaghi del fine settimana, sarebbe faticosa e dispendiosa. Questo era lo scopo originario.
L'io virtuale come creazione della nostra identità – Ovviamente uno strumento può essere usato, e infine viene usato da ciascun soggetto, a fini propri, quindi in modi diversi e anche unici, a seconda dei casi. C’è chi ricicla vecchi e insulsi cd come formina per tracciare un cerchio, come frisbee, o addirittura come decorazione parietale per tappezzare i muri di casa. Basti pensare alla coca-cola, divenuta, da efficacissimo rimedio contro le difficili digestioni, ad altrettanto efficace bibita. Ebbene anche il social network, o meglio, l’uso che gli utenti fanno dello stesso, si è evoluto, e così questi hanno iniziato ad aggiungere amici sconosciuti, perché magari delusi dalle conoscenze del proprio “mondo”, e desiderosi di trovare qualche persona nuova o soprattutto per legittimare finalmente una conversazione con la ragazza\o, distante svariati km, che sempre avrebbero voluto conoscere, ma di cui ignoravano l’esistenza.
A questo punto, nel vecchio bar, e poi piazza del centro del sabato pomeriggio virtuali, si è arrivati a capire che l’io virtuale non è solo il tramite per poter presentarsi agli altri internauti allo scopo di socializzare, bensì una nostra creazione, e in particolare la creazione di una nostra identità.
I profili e il cyberspazio – Aggiungendosi a gruppi, una specie di forum interni e visibili ai soli membri di Facebook, a fan club, descrivendo e delineando le nostre attività, i nostri desideri, passioni, interessi, carattere, obiettivi e così via, operiamo, quali utenti, una costruzione della propria figura che il più delle volte sfiora la mitizzazione, l’esaltazione di tutte le nostre (presunte o vere, saltuarie o radicate) espressioni individuali. Tutti gli atti di tanti e sempre più “facebookiani” sono tesi alla rappresentazione chirurgica di ciò che è l’ideale di sé, un ideale morale (condivisibile o meno che sia), cui il nostro avatar, in ogni caso, deve attenersi ed effettivamente si attiene.
Sembriamo tutti utenti unici, diversi dagli altri, memorabili: è vero che ognuno è unico e diverso da tutti gli altri, ma è vero anche che pochi sono nei fatti come ciò che idealmente, virtualmente (non a caso “virtuale” deriva dalla parola “virtù”), si presentano. Tutti pieni di amici, simpatici, dei tesori nascosti da conoscere: l’utente medio di Facebook ha 130 amici e ogni giorno ci sono più di 55 milioni di aggiornamenti di stato degli utenti sul proprio profilo; se il tempo medio di permanenza è di 20 minuti per accesso, come fa l’utente ad instaurare anche solo una banalissima conversazione con uno solo delle centinaia di amici che ha ulteriormente acquisito?
Il profilo sul social network rappresenta certamente una schizofrenia e una farsa, per i più menagrami, e una parcellizzazione e un ampliamento, per i più convinti, del proprio io agente e vivente; questo fatto è certamente estensibile, è onesto e doveroso ricordarlo, a tutte le espressioni di sé del cyberspazio, che ammettono un’altra proiezione di sé stessi, a partire dai videogiochi fino ai social network stessi.
L'avatar è l'opera d'arte di sé – L’avatar, per concludere, diventa “opera d’arte di sé”, teso ad uno scopo d’immagine e di costruzione della propria personalità (vera o presunta), con un’intensità pari solo a quella dell’artista che infonde nel dipingere, scolpire, comporre o realizzare la propria opera. L’avatar quindi ha lo scopo di edulcorare ed enfatizzare i nostri pregi e punti di forza, in quanto utile strumento di narcisistica pubblicità, di autopromozione, di bella formalizzazione della propria identità.
Non è un caso che oltre la metà degli utenti di Facebook non sia composta da studenti, ma da lavoratori a tutti gli effetti, più o meno soddisfatti, che sentono il bisogno di farsi conoscere dalle società che potenzialmente li assumerebbero; che il suddetto network sia la prima piattaforma per condivisione di foto nel web con oltre 14 milioni di foto caricate al giorno - e ovviamente le foto comprendono sempre sé stessi; per non parlare dei network non individuali, cioè regionali, di lavoro, universitari e scolastici che, a fine 2009, sono stimati essere oltre 55000; più dell’80% degli utenti hanno pubblicato un’applicazione di Facebook, e più di 250 di queste ricevono e vengono usufruite da più di 1 milione di utenti attivi ogni mese; più del 70% degli utenti, mensilmente, utilizza applicazioni - tra le applicazioni più diffuse, per intenderci, sono i quiz per vedere e far vedere “come si é”. Ogni giorno ci sono più di 55 milioni di aggiornamenti del proprio stato di profilo. In totale 14 milioni di video vengono pubblicati al mese e potrei andare avanti ancora.
A pensarci bene il nostro profilo su un social network ha un ulteriore aspetto, a parte l’autopromozione: farci comprendere il gap tra ciò che vogliamo essere, e abbiamo il coraggio di essere solo a parole, e ciò che siamo effettivamente in realtà.
(Nota dell’Autore: Le statistiche sono state fornite da facebook.com e da Sante J. Achille, che ha presentato il più recente International Search Summit, trattando in quella sede dell’argomento, in collaborazione con Anne Kennedy di Beyond Ink.)
Francesco Zennaro
WeWrite, anno I, n. 2, febbraio 2010
