Il prossimo 17 marzo è una data importante per il nostro Paese: ricorrono, infatti, i 150 anni dell’unità d’Italia. Si preannunciano grandi celebrazioni, in nome di un sentimento nazionale molto spesso accantonato e tirato fuori solo quando fa comodo. Non a caso si stanno susseguendo polemiche anche aspre riguardo tale evento. Non entrando troppo nel merito, urge fare alcune considerazioni. Di collanti per tenere unita una Nazione ce ne sono tanti: dal semplice spirito patriottico alla condivisione su base geopolitica o linguistica. E noi, cosa ci fa davvero sentire italiani? Molto probabilmente nessuno dei fattori citati poc’anzi, ma uno un po’ originale: lo sport. Quando c’è di mezzo una competizione sportiva, d’incanto cadono tutte le barriere territoriali, dialettali, culturali ed economiche che ancora ci sono nella nostra penisola. Tutti uniti a sostenere a distanza l’atleta o la squadra in gioco.
Amarcord – Credo quindi sia doveroso, nella ricorrenza dei 150 anni d’unità nazionale, ricordare alcuni momenti di gloria o disperazione sportiva che hanno fatto raggiungere picchi di “italianità” mai ottenuti prima. Se escludiamo il periodo fascista, dove lo sport era uno dei tanti fattori attui ad accrescere l’inconsistente idea di regime e di Impero, si potrebbe partire narrando la leggenda di Dorando Pietri, che alle Olimpiadi di Londra del 1908 vinse la maratona, ma venne squalificato perché sorretto e aiutato dai direttori di gara negli ultimi 500 metri. Nel dopoguerra il calcio diventa stabilmente lo sport più popolare, seguito dalla Formula Uno.
Ogni italiano si è sentito umiliato dopo Corea del Nord-Italia 1-0 ai Mondiali in Inghilterra del 1966 oppure in estasi dopo Italia-Germania 4-3 di 4 anni dopo. Questi due eventi sono quasi un gradino sopra rispetto alle due Coppe del Mondo vinte nel 1982 e nel 2006. Nella Formula Uno invece vengono a mente le imprese di Michael Schumacher, capace di riportare la Ferrari alla vittoria dopo 20 anni di digiuno (anche se il teutonico con l’italiano ha sempre fatto a pugni) e l’incidente mortale di Gilles Villeneuve, sempre alla guida di una Ferrari, nel Gran Premio del Belgio del 1982.
L’augurio – Quello che ci si augura è che il 17 marzo, con tutte le contraddizioni che il nostro Paese racchiude dentro di sé, ci sia lo stesso spirito di unità che si dimostra quando si fa il tifo in una manifestazione sportiva.
Mauro Blasi
WeWrite, anno II, n. 3, marzo 2011
