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Simone Weil - frasi e citazioni

La Redazione citazioni Simone Weil
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Simone Weil - citazioniSimone Weil, nata a Parigi il 3 febbraio 1909 e morta ad Ashford il 24 agosto 1943, è una delle figure più rappresentative della mistica cristiana. Scrittrice e filosofa, insegnante e operaia, partigiana e saggista, vicina al pensiero anarchico e marxista, è stata riscoperta dal filosofo e scrittore francese Albert Camus, che ne ha divulgato gli scritti e le opere.

Proponiamo di seguito alcuni estratti, frasi e citazioni tratte dai suoi libri.



Citazioni di Simone Weil dal saggio Attesa di Dio (Rusconi Editore)

Tutti sanno che solo fra due o tre persone può esservi una conversazione veramente intima. Se si è in cinque o sei già il linguaggio collettivo comincia a prevalere. Per questo è un completo controsenso applicare alla Chiesa le parole: «Dovunque due o tre di voi saranno riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro». Cristo non ha detto duecento o cinquanta o dieci: ha detto due o tre. Ha detto esattamente che è sempre presente come terzo nell’intimità di un’amicizia cristiana, nell’intimità del colloquio a tu per tu.
Cristo ha fatto delle promesse alla Chiesa, ma nessuna di esse ha la forza dell’espressione «… il Padre vostro che è nel segreto». La parola di Dio è parola segreta: colui che non ha inteso quella parola, anche se aderisce a tutti i dogmi insegnati dalla Chiesa, non è unito alla verità.


Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non può più trattenere il grido: «Mio Dio, perché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza cessare di amare, si finisce col toccare qualcosa che non è più la sventura, che non è la gioia, ma è l’essenziale centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, cioè l’amore stesso di Dio.
A quel punto si comprende che la gioia è la dolcezza del contatto con l’amore di Dio, che la sventura è la ferita del contatto stesso, quando esso è doloroso,  e ciò che importa è solo questo contatto, non il modo in cui avviene.
Così, quando rivediamo un essere caro dopo una lunga assenza non importano le parole che scambiamo con lui ma soltanto il suono della sua voce, che ci assicura della sua presenza.
Il fatto di sapere che Dio è presente non consola, non toglie nulla alla spaventevole amarezza della sventura, non guarisce la mutilazione dell’anima. Ma sappiamo con certezza che l’amore di Dio per noi è la sostanza stessa di questa amarezza e di questa mutilazione.


Ogni luce spirituale illumina l’intelligenza.


Un racconto eschimese spiega così l’origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non poteva trovare cibo, desiderò la luce, e la terra si illuminò». Se c’è un vero desiderio, se l’oggetto del desiderio è veramente la luce, il desiderio della luce produce la luce.


Ma ci si illude: la stanchezza non ha nulla a che vedere con il lavoro. Il lavoro è lo sforzo utile, che sia stancante o no.


L’intelligenza può essere guidata soltanto dal desiderio. E perché ci sia desiderio dev’esserci anche piacere e gioia. L’intelligenza si accresce e dà frutti solo nella gioia.


Il desiderio orientato verso Dio è la sola forza di elevare l’anima. Certo, è soltanto Dio che discende ad afferrare l’anima e ad elevarla, ma soltanto il desiderio costringe Dio a discendere. Egli viene soltanto per quelli che gli chiedono di venire; a quelli che glielo chiedono spesso, a lungo, ardentemente, egli non può rifiutarsi.


E soprattutto il pensiero deve essere vuoto, in attesa; non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi.


I beni più preziosi non devono essere cercati ma attesi. L’uomo, infatti, non può trovarli con le sue sole forze, e se si mette a cercarli troverà al loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la falsità.
La soluzione di un problema di geometria è in se stessa un bene prezioso, ma poiché è l’immagine di un bene prezioso, le si può applicare la medesima legge. Essendo un piccolo frammento di verità particolare, essa è una pura immagine della Verità unica, eterna e vivente, quella verità che un giorno ha detto con voce umana: «Io sono la Verità».


Quel che costringe il padrone a farsi schiavo, ad amarlo, non ha niente a che vedere con tutto ciò e tanto meno con una ricerca che lo schiavo avesse osato intraprendere di propria iniziativa: ciò che vale è unicamente la veglia, l’attesa, l’attenzione.


Non soltanto l’amore di Dio è sostanzialmente fatto di attenzione: l’amore del prossimo, che sappiamo essere il medesimo amore, è fatto della stessa sostanza. Gli sventurati non hanno bisogno d’altro, a questo mondo, che di uomini capaci di prestar loro attenzione. La capacità di prestare attenzione a uno sventurato è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo. Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano.
Nella prima leggenda del Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi completamente paralizzato dalla più dolorosa ferita: «Qual è il tuo tormento?».
La pienezza dell’amore del prossimo sta semplicemente nel domandargli: «Qual è il tuo tormento?», nel sapere che lo sventurato esiste, non come uno fra i tanti, non come esemplare categoria sociale ben definita degli «sventurati» , ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo.
Uno sguardo anzitutto attento, in cui l’anima si svuota di ogni contenuto proprio per accogliere in sé l’essere che essa vede così com’è nel suo aspetto vero. Soltanto chi è capace di attenzione è capace di questo sguardo.



Nella sventura Dio è assente, più assente di un morto, più assente della luce in un sotterraneo completamente buio. Una specie di orrore sommerge completamente l’anima. Durante questa assenza non c’è nulla da amare. La cosa terribile è che, se in queste tenebre in cui non c’è nulla da amare l’anima cessa di amare, l’assenza di Dio diventa definitiva. Bisogna che l’anima continui ad amare a vuoto, o almeno a voler amare, sia pure con una parte infinitesimale di se stessa. Allora viene il giorno in cui Dio le si mostra e le rivela la bellezza del mondo, come avvenne per Giobbe. Ma se l’anima cessa di amare, cade, già in questo mondo, in qualcosa che assomiglia molto all’inferno.


La sventura indurisce l’anima e porta alla disperazione, perché imprime in essa profondamente, come con un ferro rovente, quel disprezzo, quel disgusto e persino quella ripugnanza di se stessi, quel senso di colpa e di abiezione che dovrebbero essere la logica conseguenza del delitto, ma non lo sono mai.


E nemmeno la grazia di Dio può guarire, quaggiù, la natura irrimediabilmente ferita. Il corpo glorioso di Cristo mostrava le piaghe. Non si può accettare l’esistenza della sventura se non considerandola come una distanza.
Dio ha creato per amore, e ai fini dell’amore. Dio non ha creato altro che l’amore stesso e i mezzi dell’amore. Ha creato tutte le forme dell’amore. Ha creato esseri capaci di amore a tutte le distanze possibili. Lui stesso – poiché nessun altro poteva farlo – è andato alla distanza massima, alla distanza infinita. Questa distanza infinita tra Dio e Dio, strazio supremo, dolore che non ha pari, miracolo d’amore, è la crocifissione. Nulla può essere più lontano da Dio di ciò che è stato reso maledizione.


Coloro che perseverano nell’amore sentono questa nota anche al fondo dell’abbattimento in cui li ha gettati la sventura. Da quel momento non possono più avere dubbi.
Gli uomini colpiti dalla sventura sono ai piedi della Croce, quasi alla massima distanza possibile da Dio. Non bisogna credere che il peccato sia una distanza maggiore. Il peccato non è una distanza. È un cattivo orientamento dello sguardo.


La sventura è anzitutto anonima; essa priva della loro personalità coloro che colpisce, li trasforma in oggetti. È indifferente, è il freddo di questa indifferenza, un freddo metallico, gela fino in fondo all’anima tutti coloro che essa raggiunge. Essi non ritroveranno mai più il calore, non crederanno mai più di essere qualcuno.


Quando un apprendista si ferisce o lamenta stanchezza, gli operai e i contadini usano una bella frase: «È il mestiere che gli entra in corpo». Ogni volta che un dolore ci colpisce, possiamo veramente dirci che l’universo, l’ordine del cosmo, la bellezza del mondo, l’obbedienza del creato a Dio, entrano nel nostro corpo. E allora, perché non benedire con la più tenera gratitudine l’Amore che ci manda questo dono?
Gioia e dolore sono doni ugualmente preziosi, che bisogna gustare a fondo, ciascuno nella sua purezza, senza volerli mescolare. Attraverso la gioia la bellezza del mondo penetra nella nostra anima, attraverso il dolore penetra nel nostro corpo.


L’anima non ama di un amore creato, come una creatura. Questo suo amore è divino, increato, perché essa è pervasa dall’amore di Dio per Dio. Dio solo è capace di amare Dio. Noi possiamo soltanto acconsentire a rinunciare ai nostri sentimenti per cedere il passo, nella nostra anima, a questo amore. Ecco che cosa significa rinnegare se stessi. Noi siamo creati solo per consentire a questo.


La creazione è, da parte di Dio, un atto non di espansione di sé bensì di limitazione, di rinuncia. Dio con tutte le creature è qualcosa di meno che Dio da solo. Dio ha accettato questa diminuzione. Si è privato di una parte dell’essere. Se ne è privato già in questo atto della sua divinità; ecco perché San Giovanni dice che l’Agnello è stato sgozzato fin dal momento della creazione del mondo. Dio ha permesso che esistessero altre cose, diverse da lui e di valore infinitamente minore. Con l’atto creativo ha negato se stesso, così come Cristo ci ha ordinato di rinnegare noi stessi. Dio si è negato in nostro favore, per offrirci la possibilità di rinnegarci per lui. Questa risposta, questa eco che è in nostro potere rifiutare, è la sola giustificazione possibile per la follia d’amore che è l’atto creativo.
Le religioni che hanno compreso questa rinuncia, questa distanza volontaria, questo ritrarsi volontariamente, l’apparente assenza di Dio e la sua presenza segreta quaggiù, sono la religione vera, la traduzione in lingue diverse della grande Rivelazione. Le religioni che rappresentano una divinità che esercita il suo dominio dovunque ciò le sia possibile, sono false. Anche se monoteiste, sono idolatre.


Porgere veramente ascolto a uno sventurato è tanto difficile quanto per lui capire di essere ascoltato per pura compassione.
L’amore per il prossimo è l’amore che scende da Dio verso l’uomo. È anteriore a quello che sale dall’uomo verso Dio. Dio è ansioso di scendere verso gli sventurati. Non appena un’anima, fosse anche l’ultima, la più miserabile, la più deforme, è disposta ad acconsentire, Dio si precipita in lei per poter guardare e ascoltare gli sventurati tramite suo. Solo col tempo l’anima si accorge di questa presenza. Ma, anche se non trovasse la parola per esprimerla, Dio è presente dovunque gli sventurati sono amati per se stessi.
Dio non è presente, anche se è invocato, là dove gli sventurati, benché siano amati proprio perché tali, sono semplicemente un’occasione per fare il bene. Così, infatti, essi svolgono la loro funzione naturale, di materia, di cosa. Sono amati impersonalmente, mentre bisogna sentire per loro, per la loro condizione inerte, anonima, un amore personale.


L’amore fisico in tutti i suoi aspetti, dal più nobile – sia vero matrimonio, sia amore platonico – sino al più basso, sino al vizio, ha per oggetto la bellezza del creato. L’amore per gli spettacoli naturali, il cielo, le pianure, il mare, i monti, il silenzio reso possibile da mille rumori impercettibili, il soffio del vento, il calore del sole, quell’amore che ogni essere umano sente, sia pure vagamente, almeno per un attimo, è un amore incompleto e doloroso, perché si rivolge a oggetti incapaci di rispondere, alla materia. Gli uomini desiderano trasferire questo stesso amore su un essere simile a loro, capace di corrispondere all’amore, di dire sì, di darsi. Il sentimento della bellezza, talvolta legato all’aspetto di un essere umano, rende possibile questa trasposizione, almeno in maniera illusoria. Ma è verso la bellezza del creato, verso la bellezza universale, che si volge il desiderio.


È dunque vero, in un certo senso, che Dio bisogna pensarlo come impersonale, nel senso che egli è il modello divino di una persona che con la rinuncia di sé trascende se stessa. Concepirlo come una persona onnipotente, oppure, sotto il nome di Cristo, come una persona umana, significa escludersi dal vero amore di Dio. Ecco perché occorre amare la perfezione del Padre celeste che diffonde in maniera uguale la luce del sole. Il modello divino, assoluto, di questa nostra rinuncia che è l’obbedienza: ecco il principio creatore e ordinatore dell’universo, ecco la pienezza dell’essere.


Cose veramente preziose sono quelle che costituiscono gradini verso la bellezza del creato, spiragli su di essa.


Ogni religione è una combinazione originale di verità esplicite e di verità implicite: ciò che è implicito nell’una è esplicito nell’altra. L’adesione implicita a una verità può avere talvolta una virtù uguale, e magari anche maggiore, di un’adesione esplicita. Solo colui che conosce i segreti dei cuori conosce anche i segreti delle diverse forme di fede. Ma non ci ha rivelato questo segreto, nonostante ciò che se ne dice.


Una delle verità capitali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che nella salvezza sta nello sguardo. Il serpente di bronzo è stato innalzato affinché gli uomini che giacciono mutilati al fondo della degradazione lo guardino e siano salvati.
Lo sguardo rivolto alla perfetta purezza ha la massima efficacia proprio nei momenti in cui si è, come si suol dire, maldisposti, in cui ci si sente incapaci di quell’elevazione dell’anima che si addice alle cose sacre, poiché allora il male, o piuttosto la mediocrità, affiora alla superficie dell’anima, nella posizione migliore per essere bruciata al contatto col fuoco.


Citazioni tratte da L'ombra e la grazia (Bompiani, 2009)

"Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?". Questa è la vera prova che il cristianesimo è qualcosa di divino.


Bisogna sradicarsi. Tagliare l'albero e farne una croce; e poi portarla tutti i giorni.


La creazione è un atto d'amore ed è perpetua. In ogni istante, la nostra esistenza è amore di Dio per noi. Ma Dio può amare solo se stesso. Il suo amore per noi è amore per se stesso attraverso di noi. Così egli, che ci dà l'essere, ama in noi il consenso a non essere. La nostra esistenza è fatta solo della sua attesa, del nostro consenso a non esistere. Perpetuamente egli mendica da noi l'esistenza che ci dà. Ce la dà per chiedercela in elemosina.


Mediante il dolore che redime Dio è presente nel male supremo. Perché l'assenza di Dio è il modo di presenza divina che corrisponde al male - l'assenza sentita come tale. Chi non ha Dio in sé non può sperimentarne l'assenza.


Vuotarsi; ci si espone a tutta la pressione dell'universo che ci circonda.


Fra gli esseri umani, si riconosce pienamente l'esistenza soltanto di coloro che amiamo.