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Django Unchained - Recensione del film

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Django UnchainedTexas, 1858. La guerra civile tra nordisti e sudisti non ha ancora colpito gli Stati Uniti d’America. Django (Jamie Foxx) è uno schiavo di colore venduto in seguito ad un tentativo di fuga con sua moglie Broomhilda (Kerry Washington). Il cacciatore di taglie tedesco, il dottor King Schultz, trova i negrieri che hanno acquistato Django e lo acquista a sua volta. L’interesse per Django deriva dal fatto che quest’ultimo conosce l’identità di tre uomini cui Schultz da la caccia. In cambio dell’aiuto, il dottore promette a Django denaro e libertà, oltre che un aiuto nel ritrovare sua moglie Broomhilda, anch’essa venduta al mercato degli schiavi.

Alla regia di questo “spaghetti western” che di spaghetti ha ben poco, abbiamo un sempre più visionario e schietto Quentin Tarantino che anche qui, come nei suoi precedenti lavori, riesce a dare un’impronta decisamente unica e particolare che pochi altri registri riescono a regalarci. Quentin ci accompagna passo dopo passo in un mondo guasto come quello del sud degli Stati Uniti, dove lo schiavismo e il mercato della carne umana (come più volte viene ribadito nella pellicola) è la matrice o il fondamento, che dir si voglia, di una mentalità fortunatamente superata ma che all’epoca ne era la caratteristica più rilevante.

Spaghetti western…o forse no Django Unchained si ispira ai vecchi western anni settanta, soprattutto le musiche ci aiutano in questo parallelismo, ma siamo purtroppo molto lontani da un vero e proprio omaggio ai veri “spaghetti western” che molti hanno, coraggiosamente, definito. Per fare un piccolo esempio, la filmografia di Sergio leone ha portato sul grande schermo opere come Per un pugno di dollari, Il buono, il brutto e il cattivo, dove è chiara l’enorme differenza con l’opera Tarantiniana. I due mondi sono completamente diversi, la dimensione che Tarantino ricrea in Django è esteticamente pulita e accurata, solo il sangue (che in questo film scorre come le parole) è l’unica cosa che intacca questa perfetta dimensione. Nulla a che vedere con i western cui si vorrebbe rendere omaggio, dove la dimensione perfetta non esiste affatto, in cui lo sporco, la polvere, gli abiti luridi, i paesaggi tetri e ostili, il sudore della fronte e chi più ne ha più ne metta, erano il presupposto di questo genere oltre che la chiave del successo stesso.

Pulp western tarantiniano – Al di là di questa osservazione, Tarantino non lascia un momento di pausa allo spettatore, con una trama dalla dinamica veloce e interessante, che non annoia ma avvince sempre di più. Il regista fa suo il genere western e lo riadatta alla sua concezione cinematografica e al genere cui più di ogni altro ne è il capostipite: il genere pulp. La pellicola è carica di dialoghi ironici e provocatori. Le citazioni non mancano, come non manca il cameo di Franco Nero, il primo interprete di Django nella pellicola di Sergio Corbucci, che alla battuta di Jamie Foxx  riguardante il suo nome “Django: D-J-A-N-G-O. La D è muta.” risponde “Lo so.”.

La storia di Django, il razzismo e lo schiavismo sono trattati sapientemente dal regista descrivendone la crudeltà e la violenza psicologica con estrema veridicità, mixando il tutto con dialoghi comici a tinte noir che strappano sicuramente più di una risata ma anche qualche spunto di notevole riflessione. La violenza fisica, invece, è a dir poco irreale. Tarantino tende a ridicolizzarla volontariamente, soprattutto nella scena finale, dove è anche palese l’esplicita somiglianza con il finale di Kill Bill.

Il cast e la sceneggiatura – Ma il vero asso nella manica di questo film è la sceneggiatura, già premiata con un meritato Golden Globe, e che riesce a essere così buona grazie anche alla prova degli attori che ne prendono parte. Il sempre bravo Jamie Foxx riveste bene il ruolo da protagonista, nonostante sia oscurato dalla splendida prova di Christoph Waitz, che dopo Bastardi senza gloria, ci cimenta nuovamente in un personaggio carismatico, divertente e caricato da quella mimica tanto particolare quanto perfetta che Waitz riesce a fondere in ognuno dei suoi personaggi. Il personaggio però che emerge forse più di tutti è Calvin Candie alias Leonardo DiCaprio, un po’ perché la novità del contesto tarantiniano, un po’ perché semplicemente bravo, fatto vuole che la sua interpretazione è memorabile tanto quanto straordinaria: forse una delle sue interpretazioni migliori, pari solo a quella del buono/cattivo Luigi XVI (La Maschera di ferro). Antipatico, crudele, spietato, provocatore e arrogante: queste sono le caratteristiche di Calvin Candie e ognuna di queste sono abilmente espresse da DiCaprio dalla sua prima apparizione sino alla sua uscita di scena.
Per finire Samuel L. Jackson, alla sua quinta apparizione in un film di Tarantino, qui assume un ruolo certamente di secondo piano ma comunque apprezzabile. Allo stesso modo Kerry Washington, relegata a un ruolo un po’ anonimo, se non fosse la moglie del protagonista.

Colonna Sonora – Ultimo dettaglio, la musica, avvolgente e perfetta, soprattutto il brano “Ancora qui“di Elisa e Morricone riesce a inserire lo spettatore in quest’atmosfera western un po’ particolare. Ma ahimè il brano è adoperato forse nel momento meno adatto di tutto il film.

Finale tutto sangue..e niente arrosto Django Unchained è forse il film che meno rispecchia il Tarantino che tutti conosciamo, seppure siano ben presenti quelle peculiarità che lo hanno reso famoso: l’ironia, le zoomate nell’introduzione di ogni nuovo personaggio, i dialoghi brillanti e particolari oltre che le sue ricorrenti citazioni. Il film è ben diretto e ben interpretato, solo il finale va un po’ stretto con tutto il resto del film, nonostante sia in piena regola con lo stile un po’ eccessivo del Tarantino che tutti noi conosciamo.

Curiosità – la scena in cui Leonardo DiCaprio sbatte la mano sul tavolo rompendo un vetro e cominciando a sanguinare, in realtà non era scritta nel copione ma Tarantino decise di tenerla ugualmente: DiCaprio, nonostante il dolore, non era uscito dal personaggio e aveva continuato a recitare.

Luca Abozzi

WeWrite, anno IV, n.2, febbraio 2013

 
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