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Home Sport La TV dello sport, lo sport della TV.

La TV dello sport, lo sport della TV.

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C'è chi apprezzava le rovesciate di Boninsegna, le evoluzioni della Comaneci, gli slalom di Tomba. L'emozione avvampava nei cuori di chi ascoltava Nando Martellini, vedeva saltare Sara Simeoni, seguiva le corse di Alberto Cova e Pietro Mennea. Gli animi si scaldavano di gioia, felicità a tratti, esaltazione effimera di un gesto, un successo, che si sentivano propri, patrimonio dell'umanità, a prescindere dalla nazionalità, dalla fazione o dal contesto del gesto stesso.

La TV ha avuto un effetto dirompente e devastante, a un tempo stesso. - La TV, infatti, ha permesso di godere del proprio guardare e non solo delle verbali descrizioni, ha notevolmente e drasticamente ridotto l'obbligatoria alterazione di informazioni che qualunque passaggio di dati reca intrinseco. Ma non eliminato. Il gusto di un evento goduto dal vivo rimane unico. Questo gusto ormai si va perdendo. Ma non è colpa della televisione. Siamo noi ad aver cambiato la qualità delle nostre emozioni, noi. E basta. Gli animi si scaldano, le discussioni si accendono, le liti esplodono. Sempre meno dentro uno stadio, un palazzetto dello sport o un'arena ma sempre più davanti e dentro uno schermo. Lo sport nazionale in Italia non è il calcio, è la discussione su esso. Parlo del calcio per semplice convenzione e comodità. Potrei però citare a esemplificativa dimostrazione come il popolo italiano diventi improvvisamente, ma sempre  a tratti, navigato velista, roccioso rugbista, appassionato pallavolista e altro ancora.

L’anima "nera" dello sport.- L'industria del profitto in ogni dove ha da tempo corrotto e contaminato lo sport tutto, in particolare il calcio, a causa della sua popolarità, cambiandone natura e percezione, arrivando al risultato estremo e deleterio di aver mutato le nostre coscienze. Oggi non conta quanto è importante un evento, una kermesse, una manifestazione, sportiva o non si intende. Ha valore solo se viene trasmessa, se se ne può parlare o sparlare, se ingenera quello strascico polemico e chiassoso che attira altri sguardi, altri orecchi, se genera altri soldi. Gli strumenti di speculazione a danno dello sport sono stati tutti sapientemente usati e dosati da chi vedeva in esso non atleti ma manager, non gesti tecnici ma sviluppi economici, non sani conflitti ma insani profitti. Ecco quindi che si accolgono con entusiasmo fanciullesco la moviola, le immagini al rallentatore, che, se è vero che esaltano e valorizzano i gesti tecnico-sportivi durante l'avvenimento stesso, è altrettanto vero che ne deturpano e condizionano la natura se esasperati nel post avvenimento. Il pre e il post degli eventi hanno sostituito per importanza e con ingerenza la funzione degli stessi, in un'involuzione tipicamente italiana, dato che la moviola, nell'uso sopra descritto, è cosa nostra. Lo sport della TV assume quindi un'importanza evidentemente superiore della TV dello sport. Quanto questo sia sbagliato o giusto, vero o falso, buono o cattivo è questione annosa e lungamente opinabile, il fatto è però reale e concreto, visibile a tutti. Anche quando il lunedì ci si schernisce goliardicamente sui risultati della domenica, non è più l'operato di giocatori e squadre a essere protagonista, ma il torto arbitrale, il commento dell'allenatore, il comportamento dei tifosi. Gli scudetti oggi si vincono in tribunale, sui giornali, nelle differite TV, sempre meno in campo. E quand'anche fosse in campo, ormai non si vedono più giocatori di calcio, ma personaggi, pantagrueliche macchine per soldi che badano più a come esultare che a segnare.

La mia opinione, una sintesi che trova ampi consensi tra i giovani. - A me tutto questo non piace. Preferisco prendere un pallone, chiamare gli amici e andare a giocare, male spesso, ma sono io che gioco, io che sbaglio, io che segno e per queste cose posso compiacermi o dispiacermi, sono mie. Che senso ha dannarsi l'anima in diatribe verbali che non hanno né capo né coda, insulse, non portano a nulla perché parlano di qualcosa che è già accaduto e che nessuno cambierà, nemmeno i tribunali, parla il campo, il resto sono solo chiacchiere. Ma no, anche questo non è più vero, è cosa nota, è cosa nostra. Ancora. Il tifo, il sano sostenere una squadra, seguire le gesta dei propri giocatori preferiti, difenderne le azioni e le scelte sportive, condividerne gioie professionali e dispiaceri, tutto questo non c'è più o è talmente flebile e diafano da risultare inconsistente. Siamo spersonalizzati, senza la coscienza del nostro “sé”, crediamo di non esistere finché qualcuno non ci illude di partecipare al tutto inviando magari un sms, parlando a chi parla in Tv con la fallace e inconscia illusione di essere ascoltati. Si guarda la Tv per avere argomenti di cui parlare il giorno dopo al lavoro e non sentirsi esclusi dalla società.

Ma la TV "coltiva" la società. – La Società odierna riteniamo esista solo in quanto rappresentazione televisiva, ovviamente sempre meno fedele alla realtà reale e più simile a un reality. Non abbiamo più colpe né meriti, gli altri, l'altro, si accaparra tutto quanto di cui da protagonisti potremmo godere o soffrire, riceviamo in dono pacchetti plastificati di gioia e dolore che derivano sempre e comunque dall'esterno. É assolutamente necessario riprendere le redini delle vite che viviamo per interposta persona e non siamo più capaci di vivere se non respirando. Bisogna metterci la faccia, le gambe, i polmoni, il sudore. Non si va nemmeno più allo stadio, incapaci di rinunciare alle fascinose telecronache e gli allettanti dibattiti. E quando ci si reca, più che per ammirare il gioco, che di gioco ormai pochissimo conserva, per discutere se ci sia stato o meno il fuorigioco, il rigore, la punizione. Così la colpa è dell'arbitro o di chi ne fa le veci, ma mai nostra. Attribuiamo tutto a terzi risultandone toccati solo di riflesso, per forza superficialmente. Questa pericolosa tendenza è propria di tanti aspetti della vita quotidiana, non solo dello sport. Se il mondo e le cose vanno come vanno, noi non c'entriamo niente, mai, figurati. Il politico di turno, l'ex fidanzato, il giornalista, l'arbitro, sono loro che ci hanno reso la vita un disastro, non noi. Che colpa ne abbiamo noi? Nessuna, ovvio. È il sistema. Come enuclea mirabilmente Silvano Agosti nel suo discorso sopra la schiavitù, diventiamo schiavi nel momento in cui sosteniamo senza accorgercene il sistema e le persone che schiavi ci rendono, permeati della convinzione di non poter fare niente contro questo colosso, questo mastodonte, rappresentato alternativamente e in maniere sempre più diverse e fuorvianti ma che in realtà è la nostra vita. Sono fermamente convinto che lo sport sia da praticare dietro la televisione, non davanti a essa.

Sandro Galanti

 

WeWrite, anno I, n. 1, gennaio 2010