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Home Recensioni Cinema Shutter Island - Recensione

Shutter Island - Recensione

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Shutter Island - LocandinaI labirinti della mente umana, si sa, sono spesso complicati e contorti. La pazzia è una bestia feroce che si aggira scaltra in essi, rendendoli ancora più oscuri e torbidi. Ma come si riconosce la pazzia? E soprattutto, esiste un modo per calmarla, guarirla, estinguerla?
Questa è una delle (mille) domande che lo spettatore non potrà fare a meno di porsi una volta uscito dalla sala cinematografica. Ripresosi dallo stupore, dall'incredulità e forse con un pizzico di insoddisfazione rimasto nell'aria, lo spettatore comincerà a trarre le sue conclusioni. Potrà poi capitare anche di prendere il telefono e chiamare un amico che ha già visto il film, con la voglia matta di chiedere «Allora dimmi, la tua teoria qual è?»

In medias res – Il nuovo piccolo gioiello di Scorsese si chiama Shutter Island e fa questo effetto a molti. La protagonista è Ashcliffe, l'isola che ospita il manicomio nel quale vi sono confinati i più pericolosi criminali psicopatici degli Stati Uniti, un posto terribile del quale si sa poco e nulla sulla terraferma, un posto dal quale è impossibile fuggire; le tempeste e gli uragani sono all'ordine del giorno, la scogliera cade a picco su un mare gelido e l'unica via di fuga e di accesso è un porto sorvegliato costantemente. Ma una delle pazienti più pericolose è però riuscita misteriosamente a fuggire e nessuno sa spiegarsi come. La nostra attenzione viene subito catturata da questo particolare, così come quella del protagonista Teddy (Leonardo Di Caprio), agente di polizia dall'oscuro e tormentato passato a recarsi sull'isola in cerca di risposte, accompagnato dal nuovo collega – appena conosciuto – Chuck (Mark Ruffalo).

Shutter Island è un thriller psicologico, condito con un pizzico di noir, claustrofobico e soffocante.

I movimenti di camera sono spesso caratterizzati da carrellate lente che dilatano la tensione, sono molte le inquadrature dal basso verso l'alto e viceversa, volte ad aumentare lo stato di soggezione. La colonna sonora è martellante, angosciante. Non si può non far caso a come questi due elementi strizzino amichevolmente l'occhio a Hitchcock, e ricordino, seppur molto vagamente, qualche tratto del film Shining di Kubrick.

Il filo di Scorsese – Scorsese ci guida sapientemente attraverso un turbinio di emozioni e concetti, sfila una matassa davanti ai nostri occhi, e lentamente ci porta a seguire quel filo fuori dal labirinto della mente, formando un percorso che sembra consegnarci la verità. Ma il proseguire della trama è anche un superbo susseguirsi di tristi e angoscianti rivelazioni, che ci portano faccia a faccia con il passato del protagonista. Sono due i fantasmi che lo tormentano: la tragedia della seconda guerra mondiale, vissuta in prima linea, e quello della moglie morta in un incendio (doloso?) nel loro appartamento.

I ricordi e il dolore ossessionano il protagonista, si infilano meschini nei suoi comportamenti, nelle sue parole, nei suoi sogni. Le visioni oniriche sono ricorrenti, inquietanti, coloratissime, e quasi ricordano i capolavori diretti da David Lynch. Pian piano spuntano fuori nuovi segreti, si presentano enigmi improbabili, e così, quel filo steso davanti a noi, che sembrava portarci dritti dritti sulla strada delle risposte, comincia lentamente a sfilacciarsi creando nuovi e spaventosi percorsi.

La verità è dove credi che sia – Scorsese è doppiogiochista: prima, come un bambino curioso, prende per mano lo spettatore e lo aiuta ad ambientarsi; poi, come un abile mago, lo spinge oltre l'ingresso di un labirinto di specchi e diventa manovratore. Chi guarda attraverso gli specchi non è altro che una pedina; inconsapevole, disorientato e inerme, lo spettatore si trova d'improvviso di fronte ad altre verità che dovrà per forza di cose inghiottire. Ma sono verità indigeste, che provocano allucinazioni. I dubbi permangono e, anzi, forse aumentano. Non una, non due, ma forse tre sono le possibili soluzioni, una più terribile dell'altra, tutte a metà tra il bene e il male.

E in definitiva il film è proprio questo: un viaggio attraverso la mente umana che si svolge su diversi spazi temporali, che ci porta inequivocabilmente a confrontarci con le nostre paure e i nostri demoni, ma anche con la pace interiore e la sconfitta della pazzia. Il capolinea è un faro separato dalla confusione dell'isola, un luogo dimenticato, metafora della speranza ma anche della disperazione. Scorsese ci abbandona lì, tra sbigottimento, paura e disagio, sussurrandoci all'orecchio «Ora è finita, la verità è dove credi che sia.»


Arianna Bergamaschi


WeWrite, anno I, n. 5, maggio 2010