WeWrite

La rivista che ti ascolta

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy.

    Cookie Policy

    Leggi ulteriori informazioni sulla e-Privacy Directive

Home Cultura L'uomo a tre dimensioni

L'uomo a tre dimensioni

E-mail Stampa PDF
(20 voti, media 4.75 di 5)

L'uomo a tre dimensioni - MarcuseL’uomo a una dimensione tanto caro a Marcuse, filosofo tedesco della Scuola di Francoforte e allievo di Heidegger, nel 2010 diviene sempre più un essere a più dimensioni. Per l’individuo la realtà e l’intero universo diventano esperibili in termini di corpo, anima e ragione.

L’uomo unidimensionale di Marcuse – Non è soltanto un individuo alienato dalla società, ma è soprattutto colui per il quale la ragione è la realtà stessa. Per tale uomo non vi è distacco tra ciò che è e ciò che deve essere, per cui, al di fuori del sistema in cui vive, non vi sono né altri mondi possibili né modi distinti di pensare. In tal modo, la realtà tende a inglobare ogni ideale che tenti di confutarla, compresa l’arte che, pur conservando in se stessa la possibilità di nominare ciò che è altrimenti innominabile, appare progressivamente svuotata della sua carica contestatrice. Il sistema tecnologico, secondo il filosofo tedesco, ha infatti la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di stordire l’essere umano in un frenetico universo cosmico in cui possa mimetizzarsi.

Ciò è la base del pensiero negativo di Marcuse, si tratta in sostanza del trionfo di una «filosofia a una dimensione», la quale funge da doppione antropologico della società unidimensionale. In questo modello la vita si riduce a un bisogno atavico e ancestrale di produrre e consumare, di creare e di distruggere, senza alcuna possibilità di resistenza da parte dell’essere umano. La società in cui tale uomo è inserito è la società tecnologicamente avanzata, quella, per intenderci, in cui la realtà è appiattita e l’individuo è reificato, vale a dire è ridotto alla dimensione di puro e semplice consumatore, al contempo euforico e ottuso, la cui libertà è solo la possibilità di scegliere tra i molti prodotti diversi. Questa società tecnologica avanzata riduce tutto a sé, pertanto ogni dimensione altra è asservita al mero consumo e ogni bisogno umano diventa condizionato dalla società medesima.

Ma attualmente l’uomo a una dimensione, ridotto a mero consumatore e a cosa-fra-le-cose, lascia il posto a un individuo più complesso, dotato di ben altre caratteristiche. In poco meno di mezzo secolo, lo sguardo dell’uomo sul mondo circostante è mutato radicalmente e, probabilmente, è proprio quel sistema tecnologicamente avanzato di cui parlava Marcuse ad aver portato a questo cambiamento di prospettiva.

L’uomo del 2010 è ragione trascendentale – Oggi l’individuo non è più pensabile solo in termini di consumatore, nonostante egli continui a percepire sé stesso in quanto corporeità in mezzo e in relazione ad altri corpi. Il punto di svolta, tuttavia, si ha nel fatto che l’individuo odierno concepisce la propria corporeità in quanto vissuta, effettiva e esistente, e non invece di corpo reificato in mezzo ad altri oggetti materiali. Il corpo vissuto si evidenzia in ogni percezione, sia come sensazione di sé sia come rapporto all’altro; in questa dimensione l’uomo esiste in quanto corpo e tale corpo sussiste in sé e per altri, in qualità sia di produttore che di consumatore.

È propriamente questo rovesciamento di condizione a fondare e costituire le altre dimensioni fondamentali dell’essere umano, quella cioè di intendere se stesso in quanto anima e in quanto ragione. In questo senso, infatti, la conoscenza e la definizione oggettiva del proprio corpo a partire da sé o dal mondo getta le fondamenta per comprendere altresì se stesso in quanto anima. Nonostante il XX secolo si sia contraddistinto da un materialismo imperante, l’uomo del 2010 coglie se stesso in quanto immanenza trascendente, vale a dire che si concepisce come individuo capace di avere esperienza di sé soprattutto in qualità di soggetto. Da puro e semplice oggetto tra gli oggetti del mondo l’essere umano si progetta come soggetto in grado di ordinare e strutturare l’universo secondo un ulteriore ordine si senso. Comprendere la propria esistenza in quanto corporeità e in quanto coscienza significa intendere la propria condizione umana in termini di possibilità di conoscenza. E se è per mezzo del corpo che l’uomo entra in contatto con il mondo empico-materiale, che in un certo senso è lo strumento attraverso cui egli acquisisce coscienza, allora allo stesso modo è per mezzo dell’anima che l’uomo entra in contatto con la sua parte più intima e profonda, la quale gli rivela la propria personalità e la propria autocoscienza. Tale uomo è allo stesso tempo soggetto-oggetto di conoscenza, infatti da una parte esiste in quanto persona e dall’altra riconosce gli altri in quanto tali. E proprio quest’ultimo passaggio apre alla terza dimensione dell’uomo del XXI secolo,  cioè alla dimensione razionale.

L’individuo del 2010 è più che mai ragione, non solo perché vive nell’era della scienza e della tecnologia più avanzata, ma anche perché è la ragione stessa a dare il senso ultimo a sé, alle cose e al mondo. In tal senso la ragione risulta essere un trascendentale poiché permette all’uomo di apprendere le modalità secondo cui è possibile conoscere. La ragione dell’uomo del 2010 non è una semplice conoscenza empirico-fattuale della realtà, bensì è la condizione formale per ogni altra conoscenza, è il contenitore della coscienza e non il suo contenuto. In questo mondo grazie alla sua dimensione razionale l'uomo diventa ancora una volta produttore e consumatore di nuovi universi di senso. La sua è una ragione dialettica, una ragione cioè che costituisce il senso e i significato e dà vita ad infinite interpretazioni di sé, degli altri e del mondo.

L’interpretazione come dimensione dell’uomo futuro – L’uomo del 2010 è un individuo che guarda oltre e che cerca il significato al di là della pura e semplice apparenza. Ciò non significa che egli debba cercare necessariamente altrove il senso ultimo, ma che il suo autentico modo di pensare sia quello di un essere ermeneutico, in grado cioè di rinnovare e adeguare continuamente il suo sguardo sul mondo.

Questa è sicuramente la dimensione dell’uomo del futuro, di un futuro prossimo e non lontano, basti pensare al cinema e alla sua capacità di interpretazione continua della realtà. Per esempio Avatar, il nuovo film di James Cameron nelle sale italiane da gennaio, ne è la dimostrazione e, in un certo senso, è anche la sintesi dell’uomo del 2010: alcuni uomini sono sbarcati in un mondo nuovo e spettacolare al di là di ogni immaginazione ad anni luce della Terra e attraverso un programma dalla tecnologia più avanzata, Avatar appunto, tali uomini collegano le loro coscienze a dei corpi organici, creati con DNA ibrido. Insomma, lo dice la stessa parola Avatar di origine sanscrita: essa, difatti, vuole intendere un essere umano reale, il quale sceglie di mostrarsi agli altri attraverso una rappresentazione, un’incarnazione, una manifestazione di sé che, tuttavia, può mutare in ogni momento poiché è sempre soggetta ad una nuova interpretazione.

In Avatar sono presenti proprio quelle tre dimensioni dell’uomo di cui abbiamo parlato finora, vale a dire l’uomo inteso come corpo, dotato di soggettività e razionalità, e, sempre qui, sono anche portate alle estreme conseguenze.

Claudia Carusi


WeWrite, anno I, n. 2, febbraio 2010