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Home Società Lavoro Haiti: isola perduta. La “perla nera” delle Antille tra paradiso e inferno

Haiti: isola perduta. La “perla nera” delle Antille tra paradiso e inferno

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Haiti - bambiniSe fosse una favola comincerebbe così: c’era una volta un’isola dalla vegetazione lussureggiante, una piccola isola incastonata nel mare azzurro dei Carabi, destinata a sofferenze indicibili, corruzione, povertà e ingiustizia.

Un’isola divisa in due –  Haiti era così. Da una parte vivevano gli spagnoli, allevatori, con pochi schiavi, dall’altra i francesi, agricoltori con molti schiavi, tutti africani, tutti vittime di quella tratta ignobile che ebbe il suo picco tra il XVII e il XVIII secolo. Il popolo haitiano riuscì con le proprie forze a spezzare le catene del giogo coloniale francese. Haiti è stata la prima repubblica “nera” della storia, la cui indipendenza, proclamata nel 1804, coronava l’unica rivolta vittoriosa di schiavi che il mondo ricordi.

Dal quel giorno di gloria però, Haiti non ha più avuto pace: due secoli di catastrofi ininterrotte hanno trasformato la perla delle Antille nel paese più povero del continente americano. Haiti fu straziata prima dall’invasione americana e poi dalla dittatura violenta e corrotta. Schiava di Papa Doc, Baby Doc e dei governi corrotti che vennero in seguito, la repubblica lottò a lungo per il cambiamento.

Il grande sisma –  Il 12 gennaio 2010 la natura si è scatenata in tutta la sua forza distruggendo baracche traballanti così come anche i palazzi governativi. Lo scenario è quello di una guerra, niente è più come prima, molti hanno perso la vita e i sopravvissuti, superato il dolore, devono affrontare le fatiche della ricostruzione. Gli haitiani si trovano davanti a un bivio: cedere alle tentazioni dei ricchi, che con una mano li aiutano nel momento di difficoltà e con l’altra li legano a sé, li indebitano rendendoli nuovamente schiavi, oppure aprirsi a una nuova prospettiva nella quale ricominciare da capo con nuovi principi, nuovi capi e nuovi modelli di vita sociale e culturale.

Il fenomeno dell’immigrazione –  In seguito allo sviluppo della coltivazione della canna da zucchero, intorno al 1920 sono iniziate le prime migrazioni da Haiti alla Repubblica Dominicana. Solo nel 1952 sono stati stipulati i primi accordi bilaterali fra i due stati per garantire il flusso dei lavoratori stagionali. Il numero dei lavoratori haitiani aumentava sempre di più e negli anni Quaranta è avvenuta la prima grande deportazione di massa degli haitiani guidata dall’esercito dominicano che procurò numerosissime morti. I grandi proprietari terrieri e le industrie di raffinerie di zucchero avevano però sempre maggiore bisogno di mano d’opera a basso prezzo, e nel 1941 il governo dominicano firmò un trattato col governo di Haiti per regolamentare il flusso dei lavoratori haitiani.

Criminalità e clandestinità – Da sempre gli immigrati haitiani nella Repubblica Dominicana si sono occupati del settore agricolo. Una forte presenza di lavoratori si trova principalmente nelle zone turistiche, dove gli haitiani producono manufatti e  prodotti a basso costo. Si fa fatica a credere che uno degli stati più poveri del mondo abbia le spiagge che confinano con quelle “dorate” dove si trovano i più grandi resort del mondo. Gli immigrati haitiani ogni giorno vanno a piedi verso strutture alberghiere dominicane per lavorare come schiavi e fanno ritorno a notte inoltrata. Criminalità e prostituzione sono all’ordine del giorno. Questi “invisibili” non hanno nessuna protezione legale, nessun articolo del codice del lavoro e nessuna disposizione di legge prevede alcun tipo di tutela nei loro confronti. L’immigrazione clandestina è di tre tipi:  haitiani che attraversano la frontiera illegalmente; haitiani che entrati con regolare permesso di lavoro non hanno potuto rinnovarlo alla scadenza; bambini nati sul territorio della Repubblica Dominicana da genitori irregolari. Il trattamento a cui sono sottoposti i braccianti è spesso brutale: dallo sfruttamento sfrenato all’espulsione di massa, dalla mancanza assoluta di qualsiasi diritto fino all’assassinio.

Le condizioni di lavoro –  Oggi i lavoratori haitiani sono impiegati anche in altre coltivazioni come caffè, banane, riso e cacao. Nelle piantagioni di canna gli immigrati cominciano a lavorare alle 6 del mattino e finiscono la sera verso le 20. I salari sono molto bassi, molti vivono con meno di 2 dollari al giorno. I lavoratori vivono nei cosiddetti “bateys”, minuscoli villaggi con catapecchie di legno ai margini della piantagione, senza luce né acqua corrente e quasi tutte senza finestre. Spesso vengono impiegati anche i bambini e sono numerose le organizzazioni che denunciano il regime di lavoro forzato a cui sono sottoposti. Alle denunce di questi abusi, il governo dominicano risponde con il rimpatrio forzato. Vengono così violate una serie infinita di normative internazionali in tema di rimpatrio e di tutela dei diritti umani.

Gli abusi verso gli immigrati –  Il New York Times ha accusato le autorità dominicane di maltrattamento verso gli immigrati haitiani, riscontrando un sistematico abuso e discriminazione da parte della Repubblica Dominicana persino dei dominicani di discendenza haitiana. L’assenza di documenti comporta per questi ultimi l’impossibilità di  accedere all’istruzione e al servizio sanitario; i loro diritti civili non vengono tutelati e sono esposti al rischio di essere rimpatriati senza motivo.

La negazione dell’infanzia
–  I bambini, la parte più fragile della società, subiscono dure discriminazioni legate a questa situazione illegale. Sono privati dei più elementari diritti e condannati a una vita di privazioni, violenze e abusi. Gli orfani privi di documenti non hanno la possibilità essere accolti presso una casa – famiglia e le pratiche per l’adozione sia nazionale che internazionale diventano impossibili. Il tasso di mortalità infantile è il più alto dell’emisfero occidentale. Malnutrizione, AIDS, infezioni respiratorie, tubercolosi e malaria sono le prime cause di morte. La tristezza traspare dai loro occhi, il loro impegno è quello di  restare in vita e superare la sottile linea tra la vita e la morte.

Un’isola perduta –  Haiti oggi. Camminano nella polvere haitiani con volti spesso senza lacrime. Hanno sguardi intensi di chi vive la quotidianità senza domande, consapevoli dell’inutilità delle parole se i genitori, fratelli e amici non ci sono più e se il mondo si è svuotato e capovolto. Si aggirano tra le macerie i bambini. Feriti o illesi, orfani o con la fortuna di avere la mamma accanto, il loro sguardo è profondo, rassegnato e a volte lascia intravedere un velo sottile di speranza.

Per non dimenticare
–  Il terribile terremoto ha acceso i riflettori dei media e della solidarietà su un paese che era già uno dei più poveri e dimenticati al mondo. Ora la comunità internazionale è chiamata ad accompagnare una rinascita economica per Haiti. Questa catastrofe di immani proporzioni potrebbe essere il fondo di un dramma dal quale ripartire per cominciare una nuova fase grazie a gli aiuti internazionali.

«La notte è spessa, la notte è dura.
Ma la speranza resta al sicuro chiusa in fondo ai nostri cuori.
Una luna gialla sta salendo alta dietro la collina; afferra un ciuffo di nuvola nuda.
E ogni sera rivediamo le stelle


Frank Étienne, poeta haitiano, tra i principali candidati all’ultimo Nobel per la letteratura.

Oggi non si vede più la luna nel buio spettrale delle strade di Port-au-Prince. In questi versi si può scorgere una luce, un bagliore di speranza, dedicato a chi è rimasto in vita.

Sara Sirtori


WeWrite, anno I, n. 2, febbraio 2010

Se fosse una favola comincerebbe così: c’era una volta un’isola dalla vegetazione lussureggiante, una piccola isola incastonata nel mare azzurro dei Carabi, destinata a sofferenze indicibili, corruzione, povertà e ingiustizia.

Un’isola divisa in due Haiti era così. Da una parte vivevano gli spagnoli, allevatori, con pochi schiavi, dall’altra i francesi, agricoltori con molti schiavi, tutti africani, tutti vittime di quella tratta ignobile che ebbe il suo picco tra il XVII e il XVIII secolo. Il popolo haitiano riuscì con le proprie forze a spezzare le catene del giogo coloniale francese. Haiti è stata la prima repubblica “nera” della storia, la cui indipendenza, proclamata nel 1804, coronava l’unica rivolta vittoriosa di schiavi che il mondo ricordi. Dal quel giorno di gloria però, Haiti non ha più avuto pace: due secoli di catastrofi ininterrotte hanno trasformato la perla delle Antille nel paese più povero del continente americano. Haiti fu straziata prima dall’invasione americana e poi dalla dittatura violenta e corrotta. Schiava di Papa Doc, Baby Doc e dei governi corrotti che vennero in seguito, la repubblica lottò a lungo per il cambiamento.


Il grande sisma
Il 12 gennaio 2010 la natura si è scatenata in tutta la sua forza distruggendo baracche traballanti così come anche i palazzi governativi. Lo scenario è quello di una guerra, niente è più come prima, molti hanno perso la vita e i sopravvissuti, superato il dolore, devono affrontare le fatiche della ricostruzione. Gli haitiani si trovano davanti a un bivio: cedere alle tentazioni dei ricchi, che con una mano li aiutano nel momento di difficoltà e con l’altra li legano a sé, li indebitano rendendoli nuovamente schiavi, oppure aprirsi a una nuova prospettiva nella quale ricominciare da capo con nuovi principi, nuovi capi e nuovi modelli di vita sociale e culturale.

Il fenomeno dell’immigrazione
In seguito allo sviluppo della coltivazione della canna da zucchero, intorno al 1920 sono iniziate le prime migrazioni da Haiti alla Repubblica Dominicana. Solo nel 1952 sono stati stipulati i primi accordi bilaterali fra i due stati per garantire il flusso dei lavoratori stagionali. Il numero dei lavoratori haitiani aumentava sempre di più e negli anni Quaranta è avvenuta la prima grande deportazione di massa degli haitiani guidata dall’esercito dominicano che procurò numerosissime morti. I grandi proprietari terrieri e le industrie di raffinerie di zucchero avevano però sempre maggiore bisogno di mano d’opera a basso prezzo, e nel 1941 il governo dominicano firmò un trattato col governo di Haiti per regolamentare il flusso dei lavoratori haitiani.

Criminalità e clandestinità.
Da sempre gli immigrati haitiani nella Repubblica Dominicana si sono occupati del settore agricolo. Una forte presenza di lavoratori si trova principalmente nelle zone turistiche, dove gli haitiani producono manufatti e prodotti a basso costo. Si fa fatica a credere che uno degli stati più poveri del mondo abbia le spiagge che confinano con quelle “dorate” dove si trovano i più grandi resort del mondo. Gli immigrati haitiani ogni giorno vanno a piedi verso strutture alberghiere dominicane per lavorare come schiavi e fanno ritorno a notte inoltrata. Criminalità e prostituzione sono all’ordine del giorno. Questi “invisibili” non hanno nessuna protezione legale, nessun articolo del codice del lavoro e nessuna disposizione di legge prevede alcun tipo di tutela nei loro confronti. L’immigrazione clandestina è di tre tipi: haitiani che attraversano la frontiera illegalmente; haitiani che entrati con regolare permesso di lavoro non hanno potuto rinnovarlo alla scadenza; bambini nati sul territorio della Repubblica Dominicana da genitori irregolari. Il trattamento a cui sono sottoposti i braccianti è spesso brutale: dallo sfruttamento sfrenato all’espulsione di massa, dalla mancanza assoluta di qualsiasi diritto fino all’assassinio.

Le condizioni di lavoro
Oggi i lavoratori haitiani sono impiegati anche in altre coltivazioni come caffè, banane, riso e cacao. Nelle piantagioni di canna gli immigrati cominciano a lavorare alle 6 del mattino e finiscono la sera verso le 20. I salari sono molto bassi, molti vivono con meno di 2 dollari al giorno. I lavoratori vivono nei cosiddetti “bateys”, minuscoli villaggi con catapecchie di legno ai margini della piantagione, senza luce né acqua corrente e quasi tutte senza finestre. Spesso vengono impiegati anche i bambini e sono numerose le organizzazioni che denunciano il regime di lavoro forzato a cui sono sottoposti. Alle denunce di questi abusi, il governo dominicano risponde con il rimpatrio forzato. Vengono così violate una serie infinita di normative internazionali in tema di rimpatrio e di tutela dei diritti umani.

Gli abusi verso gli immigrati
Il New York Times ha accusato le autorità dominicane di maltrattamento verso gli immigrati haitiani, riscontrando un sistematico abuso e discriminazione da parte della Repubblica Dominicana persino dei dominicani di discendenza haitiana. L’assenza di documenti comporta per questi ultimi l’impossibilità di accedere all’istruzione e al servizio sanitario; i loro diritti civili non vengono tutelati e sono esposti al rischio di essere rimpatriati senza motivo.

La negazione dell’infanzia
I bambini, la parte più fragile della società, subiscono dure discriminazioni legate a questa situazione illegale. Sono privati dei più elementari diritti e condannati a una vita di privazioni, violenze e abusi. Gli orfani privi di documenti non hanno la possibilità essere accolti presso una casa famiglia e le pratiche per l’adozione sia nazionale che internazionale diventano impossibili. Il tasso di mortalità infantile è il più alto dell’emisfero occidentale. Malnutrizione, AIDS, infezioni respiratorie, tubercolosi e malaria sono le prime cause di morte. La tristezza traspare dai loro occhi, il loro impegno è quello di restare in vita e superare la sottile linea tra la vita e la morte.

Un’isola perduta
Haiti oggi. Camminano nella polvere haitiani con volti spesso senza lacrime. Hanno sguardi intensi di chi vive la quotidianità senza domande, consapevoli dell’inutilità delle parole se i genitori, fratelli e amici non ci sono più e se il mondo si è svuotato e capovolto. Si aggirano tra le macerie i bambini. Feriti o illesi, orfani o con la fortuna di avere la mamma accanto, il loro sguardo è profondo, rassegnato e a volte lascia intravedere un velo sottile di speranza.

Per non dimenticare
Il terribile terremoto ha acceso i riflettori dei media e della solidarietà su un paese che era già uno dei più poveri e dimenticati al mondo. Ora la comunità internazionale è chiamata ad accompagnare una rinascita economica per Haiti. Questa catastrofe di immani proporzioni potrebbe essere il fondo di un dramma dal quale ripartire per cominciare una nuova fase grazie a gli aiuti internazionali.

«La notte è spessa, la notte è dura.

Ma la speranza resta al sicuro chiusa in fondo ai nostri cuori.

Una luna gialla sta salendo alta dietro la collina; afferra un ciuffo di nuvola nuda.

E ogni sera rivediamo le stelle.»

Frank Étienne, poeta haitiano, tra i principali candidati all’ultimo Nobel per la letteratura.

Oggi non si vede più la luna nel buio spettrale delle strade di Port-au-Prince. In questi versi si può scorgere una luce, un bagliore di speranza, dedicato a chi è rimasto in vita.

Sara Sirtori