Da ben 7 anni la politica regionale del lavoro vede l’ente territoriale godere di una competenza legislativa e amministrativa piena in materia.
La Regione e la flexsecurity – La Regione, in base alle potestà attribuitele, sulla base del principio del decentramento, dovrebbe porre in rete non solo l’offerta privata e pubblica di informazione ai lavoratori, accompagnata da un’adeguata formazione professionale e da un’assistenza concreta ai lavoratori in difficoltà, garantendo sostegno alla riconversione di imprese e lavoratori. Dovrebbe poi, per ovvia logica, impiantare specifici centri di assistenza per fornire appoggio a chiunque ne abbia concretamente bisogno. Inoltre, la sperimentazione a livello locale di modelli di flexsecurity nei processi di aggiustamento industriale e nelle crisi occupazionali permetterebbe, attraverso accordi tripartiti, una maggiore flessibilità nella ricollocazione del lavoro da settori e imprese sull’orlo del fallimento a settori e imprese in crescita, garantendo maggiormente i lavoratori. Le imprese, dal loro canto, impiegherebbero il vantaggio economico loro attribuito coprendo la spesa sociale degli obiettivi di aggiustamento industriale perseguiti, preoccupandosi di garantire ai lavoratori che perdono il posto di attivarsi affinché il dipendente abbia una nuova e mirata occupazione e goda di un equo indennizzo accompagnato da un trattamento complementare di disoccupazione. In questo modo le imprese, nel caso gli ex dipendenti accettino tale sicurezza, rinunciando all’impugnazione, “scansano” l’incertezza del controllo giudiziale sul giustificato motivo economico-organizzativo del licenziamento.
Due linee guida: Boeri-Garibaldi e disegno di legge Ichino – La Regione interessata, attraverso parte degli stanziamenti del Fondo Sociale Europeo, sarebbe tenuta a sostenere le imprese e i loro consorzi o enti bilaterali. Secondo tale proposta, la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro dovrebbe seguire due linee guida: quella di Boeri-Garibaldi, che limita l’esperimento ai primi tre anni di durata del rapporto e quella ispirata al disegno di legge Ichino, n. 1873/ 2009 che prevede che questa situazione si possa estendere fino ai primi vent’anni di durata del rapporto di lavoro. Secondo Pietro Ichino, ad esempio, una grande offerta di lavoro può coniugarsi con una grande domanda o attraverso l’instaurazione di un modello dell’Agence Services à la Personne francese, attivando strumenti efficienti di mediazione al livello regionale, provinciale e comunale, o utilizzando il modello scandinavo, attivando servizi di fornitura di prestazioni personali di servizio in forma di collaborazione autonoma continuativa, gestiti dagli enti locali, e attivando contemporaneamente una forma efficace di monitoraggio cogestito con il sindacato, adatta a escludere che possa derivarne nel mercato un effetto di sostituzione di domanda di lavoro professionale standard.
Il Libro Bianco del Ministro Sacconi – Tutto questo sembra essere “negato” dal Libro Bianco sul welfare del ministro Maurizio Sacconi pubblicato la primavera scorsa. Infatti, l’aspetto sostanziale e l’impostazione del documento non sono molto cambiate rispetto alla precedente versione del Libro Verde. Il modello di welfare proposto parte dalle origini, in quanto manca una sezione informativo-quantitativa sullo stato attuale del sistema di sicurezza sociale. La creazione di un secondo pilastro propugnata mal si concilia con le proposte del Libro Bianco per il mercato del lavoro. Non si fa assolutamente cenno nel testo, infatti, ad alcuna opera di riorganizzazione complessiva dello stesso. un welfare, quindi, quello del documento dai confini incerti, con diritti mutabili, se visti in riferimento alla capacità di contribuzione prestata da ogni lavoratore.
Maria Anna Filosa
WeWrite, anno I, n. 3, marzo 2010





