Palazzo Reale ospita fino al 6 giugno la mostra “Schiele e il suo tempo”, prodotta e promossa dal Comune di Milano e da Skira editore. Attraverso 40 capolavori dell’autore viennese affiancati da numerose opere di Klimt, Kokoschka, Gerstl, Moser e altri si viene catapultati nella frizzante attività culturale della Vienna dei primi del Novecento.
L’uomo – Una vita breve ma intensa quella di Egon Schiele: muore a 28 anni producendo in poco più di un decennio circa 300 dipinti e più di 3000 opere su carta. Vita breve e segnata da grandi drammi: la malattia mentale del padre che lo porterà alla morte, il rapporto morboso con la sorella Gertrude, un periodo passato in carcere e infine l’esperienza della prima guerra mondiale.
Sesso e terrore – La voce dell’audioguida associa queste due parole nell’area della mostra dove sono esposti alcuni ritratti di donne seminude. Colpisce sicuramente il modo di Schiele di ritrarre le donne: modelle cha assumono posizioni tese e contorte, che offrono una nudità non sensuale, che rivelano dalle loro posizioni un rapporto sessuale appena compiuto o e che sta per compiersi. Non c’è amore, non c’è dolcezza, non c’è delicatezza e sinuosità nelle linee dei loro corpi. Nonostante la nudità, ciò che cattura è la forza espressiva dei personaggi e la drammaticità con cui viene presentato il sesso. Sembra essere un urlo delle più primitive pulsioni sessuali che è prerogativa della corrente Espressionista e influenza delle idee di Freud che stavano riscuotendo largo consenso in quel periodo: il ridurre ogni comportamento umano a una questione irrisolta con la propria sessualità.
Pornografia e carcere – Il riferimento costante al sesso e l’ossessione per le donne conducono Schiele a dei guai con la giustizia. Nel 1912 è arrestato con l’accusa di molestie verso una minorenne che frequentava il suo atelier come modella. Trascorre una ventina di giorni in carcere ed è poi assolto. Una serie di accuse lo insegue per tutta la vita: frequenta molte donne, soprattutto giovani, spesso le ritrae nude in pose per l’epoca considerate di cattivo gusto e produce disegni destinati al mercato del porno. Il suo complicato rapporto con la sessualità riguarda anche la vita familiare: l’artista ha sempre avuto un rapporto molto particolare con sua sorella minore Gertrude. Sua prima modella e costante fonte d’ispirazione, ha sempre avuto con lei un legame che andava ben oltre il semplice rapporto tra fratello e sorella. Gertrude è la protagonista dello splendido ritratto Donna inginocchiata in abito rosso-arancione (1910). Dipinto intenso, caratterizzato dalla forza espressiva della posizione assunta dalla ragazza con una mano che le copre un occhio, i contorni spigolosi, lo sguardo tagliente. Una sensualità prorompente che scaturisce anche da tratti così forti e colori accesi.
Le donne di Schiele: corpi e sguardi – Grande importanza è conferita alle donne e ai loro corpi usati come strumenti per esprimere il loro moti interiori e i loro drammi, come nel ritratto Donna accovacciata con foulard verde (1914). Il corpo in una posizione particolare, osservato da un punto di vista posto in alto. Ancora una volta è lo sguardo della donna che cattura l’attenzione: uno sguardo di lato, cupo, intenso, in contrasto con la nudità che dovrebbe suggerire dimensione intima e desiderio. E poi il foulard che la sovrasta, dal colore vivace, che sembra voler ammorbidire il nero dei tratti del corpo, e non si capisce se vuole nasconderla o proteggerla. Lo sguardo gioca un ruolo fondamentale nelle opere di Schiele, è quasi il protagonista dell’opera, a esso è affidato il ruolo di narratore, è portatore del messaggio dell’opera, scava nel profondo degli stati d’animo dei soggetti rappresentati e arriva dritto al cuore dello spettatore. È particolare il legame che esiste tra il tema dello sguardo, centrale nell’opera dell’autore e il verbo schielen, che in tedesco significa “essere strabici” o “guardare di sottecchi”.
L’amore per sé – Oltre a un evidente amore e studio sulle donne, passeggiando tra le opere in mostra, si percepisce un’altra passione di Schiele: quella per se stesso. Sono numerosi i suoi autoritratti. Schiele ha più volte rappresentato se stesso sin dalle sue prime opere, usando tecniche e materiali diversi: pittura, acquerello, disegno. Sempre con una costante: porsi davanti allo specchio per mettere a nudo i suoi sentimenti, le passioni, i tormenti, usando come vettore espressivo lo sguardo. Nell’opera Autoritratto con alchechengi (1912) si può vedere come sia lo sguardo l’assoluto protagonista: di tre quarti, interrogativo, enigmatico, penetrante e altezzoso. Cattura per la sua intensità comunicativa che molto infligge e poco svela. Particolare il modo di ritrarre la testa tagliata all’altezza della fronte, che ricorre in molti suoi ritratti. È il suo modo di riprodurre i visi, non completamente, omettendo delle parti. Tecnica forse più affine alla fotografia che alla pittura.
La mostra – Da vedere assolutamente. Consigliata sia a chi conosce l’autore sia a chi poco ne sa. Per l’immediatezza delle sue opere, la forza con cui si impongono allo spettatore, è una mostra che non ha bisogno di grandi introduzioni o note critiche approfondite. L’allestimento è essenziale, però enfatizzato dall’accompagnamento musicale: mentre si passeggia nelle diverse sale si sentono in sottofondo le note di Johann Strauss II, Gustav Mahler, Alban Berg. Le opere colpiscono per la loro freschezza e schiettezza e stupiscono per l’inaspettata modernità della pittura. Tanto che il tempo di Schiele, quello dei primi anni del Novecento, sembra essere ancora attualissimo: il nostro tempo.
Elisa Vinai
WeWrite, anno I, n. 5, maggio 2010





