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Home Recensioni Musica Hanson: la loro musica

Hanson: la loro musica

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HansonIl business musicale contemporaneo, come è tristemente risaputo, è fatto di meteore. All'interno del panorama globale, la linea di demarcazione tra ciò che è popolare (o, per usare un termine più consono alla critica, mainstream) e ciò che non lo è (il cosiddetto underground) resta, seppur meno netta di un tempo, sempre evidente e con essa la disarmante sordità delle masse verso ciò che non è appositamente studiato per accontentarle. Il mostro biblico del Grande Pubblico indirizza il suo secolare appetito sull'ovvietà, si trastulla con la ripetizione e viene puntualmente imboccato a cucchiaiate di pappa riscaldata, come un neonato: in altre parole, è il fossile di se stesso. La responsabilità di tutto ciò non è, naturalmente, a carico dello pseudo-idolo di turno, chiamato, in fin dei conti, a fare nulla di più che dare prova della propria incompetenza, ma di ben altre forze in gioco: da una parte, le fucine dell'orrore che lo plasmano (talent-show parassitari, media scellerati, giurie di ridicoli musicisti decaduti); dall'altra, i consumatori, completamente favorevoli alla lobotomia del Bello. Si ha così il trionfo delle star a breve conservazione, incolpevoli microorganismi il cui proliferare si deve tanto ai loro ottusi sostenitori quanto ai detrattori accaniti, che nel bene o nel male contribuiscono ad aumentarne la visibilità.

Sembrava essere questo, almeno inizialmente, anche il destino degli Hanson, trio pop-rock (e non - è opportuno precisarlo una volta per tutte - volgarmente pop) di fratelli originari di Tulsa, Oklahoma. Provate a concentrarvi e forse vi si materializzeranno davanti tre cherubini (Zac, allora di 11 anni, Taylor, allora di 13, e Isaac, allora di 17) in abiti demodé anni '90, che cantano e suonano dietro a strumenti quasi più grandi di loro; e se questo succede, ecco che per magia vi esploderà nelle orecchie "Mmmbop", un frizzante motivetto dal piglio infantile e dal significato apparentemente inesistente (impressione, però, smentita seriosamente da Taylor in molte occasioni: il testo, infatti, parla dei rari legami importanti nella vita delle persone). Il debutto di questi enfants prodige, Middle of Nowhere (1997), è all'epoca un successo planetario, ma lo scetticismo è di contro unanime: nessuno, neppure per un istante, è disposto a scommettere che durerà.

Un equivoco – La parte che resta della storia, quella che quasi nessuno conosce, è presto servita. Nel corso dei primi anni 2000, dopo l'uscita del loro secondo album This time around (a stento ricordato in Italia, nonostante una partecipazione al Festivalbar), i tre attuano la loro personale ribellione al sistema: stanchi di essere ancorati a un sound stabilito a tavolino, di dover costantemente reprimere la propria creatività e di prendere ordini dall'alto, si staccano a sorpresa dalla major di sempre. I passi successivi sono la fondazione di un'etichetta indie (la 3CG Records), ma soprattutto la ripresa dell'attività compositiva che era stata tanto scoraggiata in precedenza. Tanta determinazione dà alla luce nel 2003 Underneath, quello stesso disco che i loro produttori di fiducia avevano respinto: fresco, di facile presa, ma al contempo imbevuto di malinconia e consapevolezza. Un film documentario, Strong enough to break, esce poco dopo a testimoniare la loro rinascita lontano dagli artigli del management. La graduale scomparsa degli Hanson dalla scena commerciale, scambiata per la semplice liquidazione di ennesimi fantocci a uso e consumo di teen-agers isteriche, è quindi dovuta proprio alla volontà di scrollarsi di dosso questo stereotipo; di dimostrare, insomma, di essere davvero musicisti, di saper suonare. E in effetti sì, gli Hanson sanno suonare, sanno creare, e lo fanno maledettamente bene.


Il lungo cammino – Gli ex-angioletti biondi, così, si prendono il loro tempo: crescono, mettono su famiglia e nel frattempo continuano silenziosamente a lavorare. Tra il 2004 e il 2005, avviene la loro doppia visita in Italia: due concerti a Milano, uno acustico e uno elettrico, riscuotono un buon successo; inoltre, il gruppo passa in rassegna parte del palinsesto della nostra TV, sia musicale sia generalista (CD:Live, TRL, Quelli che il calcio). Lo Stivale, tuttavia, si conferma alla fine chiuso e ingrato, e li rimuove di nuovo dalla memoria collettiva. Gli Hanson, comunque, hanno per il momento altri progetti: inaspettatamente, partono per il Mozambico e trascorrono vari mesi in un'autentica campagna di volontariato, a strettissimo contatto con la popolazione africana. In questo clima di solidarietà e passione nasce il loro capolavoro indiscusso: The Walk, il racconto diretto di un'esperienza, ma anche un saggio caloroso e avvolgente della maturazione artistica dei suoi autori. Il 1° Dicembre 2006, in occasione della Giornata Mondiale dell'AIDS, viene presentata in radio e su iTunes "Great divide", i cui proventi vengono devoluti alla costruzione di un ospedale a Soweto (Sudafrica). Grande merito del disco (già di per sé assai eclettico) è quello di rendere sempre più distinguibili le personalità di ognuno dei tre fratelli, e le loro differenti attitudini tecniche e vocali; su tutti emerge Zachary, il polistrumentista più abile, che con la sua vena cantautorale rappresenta senza dubbio l'anima dell'album (sua, infatti, la title-track). L'Italia, avendoli gettati più volte nel dimenticatoio, viene ignorata intenzionalmente nel lancio di The Walk: nessuna data dei numerosi tour promozionali tocca la penisola, e il CD arriva sui nostri scaffali con due anni di ritardo (previa una faticosa trattativa con una casa di distribuzione semi-sconosciuta).

Urlarlo al mondo – Nel 2009 gli Hanson concedono al loro progetto uno iato transitorio, mentre Taylor fonda, assieme ad altri musicisti d'eccezione (James Iha, Adam Schlesinger, Bun E. Carlos), un side-project dal tocco punk-rock, il supergruppo Tinted Windows. Nell'estate del 2010, la pausa ha termine ed è il turno di Shout it Out, un quinto album lontano dallo spirito selvaggio di The Walk, ma non per questo da sottovalutare: ballabile, divertente e a suo modo "colto", si basa su un chiaro manifesto programmatico. "Questo disco" spiega Taylor "È la naturale conseguenza della nostra evoluzione, e contemporaneamente torna indietro sino alle nostre radici". Innumerevoli e intelligenti sono le citazioni stilistiche del mondo soul, black e R'n'B in cui gli Hanson si rispecchiano (Chuck Berry, Stevie Wonder, Aretha Franklin, Michael Jackson), per non parlare del geniale remake del video di "Shake your tail feather" dei Blues Brothers, in occasione del primo singolo "Thinkin' 'bout somethin'". Mai come ora, gli Hanson manifestano il desiderio di far sentire al mondo la propria presenza: ne è la prova il loro primo tour mondiale dopo molti anni, che il 20 Novembre 2011 li ha riportati fortunatamente anche in Italia. Da fan, ammetto di aver affrontato per loro un'avventura non priva di sacrifici: una coda di nove ore sopportata fieramente, tra il freddo e la fame, assieme a circa settecento fedelissimi, fuori dai Magazzini Generali di Milano. Ho però avuto il privilegio, unico nel suo genere, di partecipare a un esclusivo meet&greet con il gruppo in persona: un incontro faccia a faccia un paio d'ore prima dell'inizio del concerto, in cui ho avuto l'opportunità di stringere la mano agli Hanson, di chiacchierare con loro e di consegnare nelle mani di Taylor un mio demo, per poi assistere allo show in primissima fila. Colpi di fortuna sfacciata a parte, la performance ha a ogni modo ricompensato tutti quanti, meet&greet o meno: preannunciati dalla deliziosa Meiko, gli Hanson sono saliti su uno scarno palco senza turnisti e, con pochi strumenti e poche parole, hanno regalato uno spettacolo energico e coraggioso (la cui scaletta ha esplorato a dovere tutta la loro carriera). Nemmeno a riflettori spenti si sono sottratti a foto e autografi con i tanti rimasti ad aspettarli, malgrado una percepibile timidezza, e malgrado le numerose risse sfiorate tra le file femminili per avvicinarsi più rapidamente a loro. La serata, nel suo complesso, ha dato una volta di più la misura del clamoroso errore di valutazione ai danni di questa band, che ha pagato esordi troppo precoci con il disinteresse generale di adesso al suo genuino fare musica. Ma mentre i presunti portatori sani (?) di Fattore X vengono man mano eliminati, il vero talento permane, cercando di risalire dall'oblio; ed è forse lecito sperare che ciò porti, un giorno, alla riscoperta di alcune delle figure emblematiche della musica indipendente attuale.



Jacopo La Posta

WeWrite, anno III, n. 2, febbraio 2012