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Home Recensioni Musica Mastodon - "Crack the Skye": il duplice concept

Mastodon - "Crack the Skye": il duplice concept

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Crack the Skye - Mastodon (2009)Proviamo a fingere, per un attimo, di non essere in noi, e che il nostro corpo fisico non ci appartenga e non ci riguardi più; solleviamocene al di fuori, aleggiamo nell'aria, e viriamo liberi, senza direzioni, decollando verso ciò che è insieme sublimazione e delirio, trionfo e disfatta: perché è questo, più o meno, ciò che ci propongono di fare i Mastodon con "Crack the Skye" (2009).

Per chi non avesse ben presenti i quattro, incredibili musicisti di Atlanta, un rapido sunto: entrati a far parte a pieno titolo, con l'esordio "Remission" (2003), della scena "metal" - termine, ahimè, vaghissimo e stantio - americana e mondiale, i nostri vi si sono presto affermati come una delle formazioni egemoni; ulteriormente acclamati dalla critica e dal pubblico grazie alle gemme "Leviathan" (2004) e "Blood Mountain" (2006), da pochi mesi a questa parte sono approdati al loro quarto album di studio, per l'appunto "Crack the Skye".

Un album che, oltre a vedere già nei predecessori dei capolavori, non trova parole di elogio sufficienti per essere descritto: tutto, al suo interno, dalla più breve nota al più sontuoso passaggio, è congegnato e incastrato con cura maniacale; l'attenzione è ineccepibile e va al sound come ai contenuti, alle liriche come alle melodie, alla sostanza come alle finiture, in un turbinio di meraviglia che sembra interminabile.

Innovazione e coralità – In un ambito prettamente relativo alle sonorità, questo disco testimonia l'evoluzione stilistica compiuta dal gruppo rispetto ai lavori lasciati alle spalle; con esso, peraltro, è possibile dividerne l'intera produzione in emisferi equivalenti, composti ognuno da una coppia di album: "Remission" e "Leviathan" da una parte, "Blood Mountain" e lo stesso "Crack the Skye" dall'altra. Se i primi due, infatti, mettono a nudo i Mastodon più rocciosi, grezzi, violenti, legatissimi al trash metal della vecchia guardia (Pantera e Metallica, per citare i nomi più scontati), gli altri conferiscono via via nuova linfa e nuove soluzioni espressive alla loro musica, che si innalza così al di sopra di ogni classificazione o parametro, e resta piacevolmente priva di un'etichetta che la imprigioni. In "Crack the Skye" particolarmente, le chitarre in drop e sempre distorte, la batteria fulminea e lanciata in sfuriate di doppia cassa, le voci urlanti e rauche – tutti elementi a cui i fan si erano abituati –, lasciano parecchio spazio a intermezzi acustici, a ritmiche variabili ed eleganti e a un cantato magnetico. L'impatto "heavy" chiaramente non manca (non potrebbero essere i Mastodon, se fosse altrimenti), e con esso alcuni momenti di autentica e agghiacciata disperazione, ma il tutto è valorizzato e impreziosito da queste sperimentazioni, che includono anche – cosa atipica per una realtà musicale apparentemente tanto cruda – una densa componente elettronica (si nota spesso, come ciliegina sulla torta, un sintetizzatore che abbellisce diverse sezioni, impiegato poi anche in sede live). Una nota di merito, non marginale, va al sopra accennato utilizzo delle voci: allontanatosi Eric Saner, il cantante originario dell'epoca dei primi demo, è toccato agli strumentisti gestire questo aspetto, con risultati insoliti quanto affascinanti; Troy Sanders (basso) e Brent Hinds (chitarra solista) restano sin da "Remission" i due frontmen per eccellenza, ma con "Crack the Skye" anche Brann Dailor (batteria) contribuisce allo scopo. Diviene così molto interessante apprezzare la singolarità di ogni voce: corposa e potente quella di Sanders, acuta e nasale quella di Hinds, e infine più rock e atona quella di Dailor (e addirittura, curioso, decisamente somigliante a quella di Ace Frehley, storico chitarrista solista dei KISS); a queste si aggrega, nella title-track "Crack the Skye", quella assai carismatica di Scott Kelly, chitarrista e leader degli amici e ispiratori Neurosis, andando così a delineare una coralità originalissima e coinvolgente.

Un duplice concept – L'immensità di  un'opera come "Crack te Skye", però, non si ferma al solo lato musicale: sarebbe riduttivo, forse persino lacunoso, vista l'ambizione che i Mastodon hanno dimostrato nel corso degli anni; a dimostrazione lampante di questo, c'è il vasto entroterra "narrativo" da cui le canzoni discendono e si collegano le une alle altre. Anche i full- length passati (a eccezione del troppo acerbo "Remission") si potevano inscrivere nella categoria del concept poiché raccontavano una storia, famosa o ideata dagli stessi Mastodon: il celeberrimo "Moby Dick" di Herman Melville per "Leviathan", e una spietata sfida uomo-natura in "Blood Mountain". "Crack the Skye", dal canto suo, mantiene quella che ormai è una tradizione, e anzi fa di più: si scinde in due tematiche, differenti e al contempo incrociate, che sdoppiano il pathos tra la rilettura fantascientifica di una vicenda nota e il dramma personale e intimo, molto vivido. Di fatto, mentre il filone più evidente (a partire dalla copertina!) segue l'allucinante viaggio astrale vissuto da un ragazzo paraplegico, catapultato nel corpo di Rasputin (probabilmente nella Russia zarista di una dimensione parallela), quello più sottile (ma, in fin dei conti, primario) va alla memoria della sorella di Brann Dailor, suicidatasi in giovane età: una tragedia terribile, da cui proprio Dailor ha ammesso di non essersi mai ripreso completamente. A lei, il fratello e i compagni dedicano la già menzionata "Crack the Skye", un capitolo a sé nel quale Troy Sanders duetta con Scott Kelly, e che sta in bilico tra la struggente presa di coscienza del lutto e un tentativo di esorcizzarlo definitivamente.

Un viaggio anche nostro – Ma non è soltanto lo strano protagonista a essere trasportato in un altro universo: siamo anche noi, dopo aver premuto play, a volare tra le galassie, come creature di puro spirito, eteree; il trittico formato da "Oblivion", "Divinations" e "Quintessence" è l'inequivocabile abbandono del mondo materiale, che muta in totale astrazione con l'arabeggiante "Ghost of Karelia" e "Crack the Skye", abissale nel suo incedere. A fare il resto, sfondando i confini del cosmo, ci pensano le due lunghe suite "The Czar" e "The last Baron", con i loro fraseggi e snodi stupefacenti, i loro colpi di genio, i loro sviluppi a fasi alterne che sanno stregare. Ma è inutile rovinare il gusto dell'ascolto, come sarebbe inutile viaggiare conoscendo alla perfezione la propria meta; è irrilevante dove andare, conta solo la volontà di spalancare i propri orizzonti, e di accorgersi di una semplice eppure straordinaria potenzialità: quella potenzialità umana ma recondita, che pulsa sottopelle, di "fare breccia nel cielo".

Jacopo La Posta


WeWrite, anno I, n. 4, aprile 2010