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Home Lettere dai lettori Essere uomo è un reato?

Essere uomo è un reato?

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Sono un affezionato lettore della vostra rivista di cui apprezzo lo spirito innovativo finalizzato ad ascoltare le esigenze che emergono dal quotidiano. Le esigenze del quotidiano, 99 volte su cento, hanno bisogno di risposte. Purtroppo le risposte non ci sono mai e quelle poche che arrivano sono infarcite di concetti stereotipati e menzogne.

È per questo che voglio sottoporre alla vostra attenzione un quesito a cui non riesco a dare risposta.

All’età di sei/sette anni, molti anni fa, frequentavo le lezioni di catechismo. Un padre francescano mi insegnò che Dio creò l’uomo a propria immagine e somiglianza. Ma oggi, in un mondo pieni di crimini, ingiustizie, illegalità,soprusi, essere un uomo è un reato!

Non sono più credente e se lo fossi non pregherei più DIO in quanto ormai da tanto tempo non può far niente per aiutarmi…

Trascrivo una pagina da uno degli ultimi libri da me letti.

«Dio ha creato la terra sulla quale viviamo: sì, questo lo credo. Benissimo, allora. Egli creò le montagne e i mari, e a poco a poco, passando dai vermi alle scimmie, dette vita all’uomo. Ma sono sicuro che in qualche punto, in qualche punto della catena di montaggio, fu commesso uno sbaglio. Forse per liberarsi di Lucifero – per lanciarlo negli spazi infiniti – Dio provocò una esplosione che scosse tutto l’universo, ed ebbe conseguenze che non aveva previsto. O forse Egli commise un piccolo errore di calcolo nel movimento delle Sue sfere? Nessuno lo saprà mai, sul nostro minuscolo pianeta. Rimane il fatto di cui portiamo le conseguenze ora per ora, giorno dopo giorno, che Egli perse il controllo. La terra sfuggì dalle Sue mani e lì librò nell’universo come un razzo, fuori dal suo potere. Ma non si disintegrò, rimase compatta e rotonda come una palla di cannone. E con il passare degli anni i dinosauri si estinsero, e alcune scimmie per scampare ai pericoli dell’esistenza si arrampicarono sugli alberi, mentre altre, spinte dall’istinto di gruppo che il Creatore aveva impresso in loro, sciamarono nelle pianure come un esercito. E il processo di evoluzione che Dio aveva messo in moto continuò inesorabilmente… fino a che, più o meno quando Egli aveva stabilito, arrivò infine – risultato d’un processo lungo e dissipatore – la creatura chiamata Uomo.

…Tutto il processo della creazione era stato prodigo e crudele. Ma aveva ottenuto infine il suo prodotto finale – l’Uomo. Homo  Sapiens.

…così l’uomo,senza guida, vagò sperduto nei giardini dell’Eden, attaccato dalle tigri, avvelenato dai serpenti, tormentato dalle zanzare. Eppure l’Uomo sopravvisse. Sopportò la vita mostruosa che lo circondava, tollerò i dolori insopportabili del corpo, del sudore e delle escrezioni quotidiane. Trionfò su ogni cosa… perché, dentro all’involucro della carne eternamente minacciato e legato alla terra, possedeva ancora un minuscolo residuo del suo Creatore;brillava ancor in lui una scintilla di quel Genio che con un cenno aveva fatto girare la terra intorno al suo asse: l’uomo aveva l’anima. E credo che l’anima desiderasse ardentemente – e desideri tuttora – riunirsi a Dio, l’architetto della vita.

…Ma Iddio ha perso il contatto con la terra da tempo immemorabile, ormai lo separano da noi milioni di anni luce. Non è più alla guida del nostro piccolo mondo. È remoto, i infinitamente lontano, disperatamente impotente. Non ha più alcun potere sull’anima umana. Ha perso il senso del tempo e dello spazio.

…Eppure, a volte, Iddio riesce a intraveder la terra, fra le nuvole e le stelle, vede la crudeltà, la miseria e la disperazione dell’Uomo. E allora,dalla sua lontananza infinita,abbassa gli occhi sulla terra che creò, e nella Sua impotenza versa una lacrima. E la lacrima s’ingrandisce nella troposfera, e cade su di noi come un fulmine, colpendo a morte i buoni e i cattivi… sulla terra non c’è giustizia e non potrà essercene mai più…»

La Seconda Finestra

Di Robin Maugham

Grazie per l’ospitalità

Lettera Firmata

 

Carissimo lettore,

prima di tutto ti voglio ringraziare per aver voluto condividere con noi il tuo travaglio, lo sconcerto per l’infinita distanza di Dio dall’uomo, una distanza che sembra addirittura annichilire l’amore di Dio in un’impotenza incapace di aiuto. Prima di provare a dare una risposta alle tue domande, credo sia importante fare una precisazione. Le mie parole non hanno il fine di dar vita a un contraddittorio in cui imporre il mio punto di vista, dove asserire verità inconfutabili, tu hai torto e io ho ragione. Le righe che scriverò sono soltanto il tentativo di aprire le orecchie (per ascoltare la tua voce più intima) e allo stesso tempo il mio cuore, per poter parlare senza timore di quello che non può (e forse non deve) non toccare i sentimenti più profondi e personali, la fede cristiana che Dio gratuitamente ha scelto di donarmi. Il mio unico desiderio è quindi quello di poter dialogare apertamente con te, sperando di uscire arricchito io per primo dal nostro incontro. Daris Schiopetto, un frate francescano che ho avuto la fortuna di conoscere sul monte Mesma, ha detto: «Dio non chiama a convertire, ma a convertirsi». L’osservazione è significativa.

Dalla pagina di William Maugham, l’amore di Dio per le sue creature non è messa in discussione. Si piange solo per le sofferenze di chi si ama e Dio «nella Sua impotenza versa una lacrima». Prenderò quindi il Suo amore verso l’Uomo come un dato di fatto, consapevole che questa convinzione rappresenta la pietra angolare della mia risposta, tolta la quale tutto cade. Dio è distante, lontano, invisibile. Ma se Dio fosse stato vicino a noi, non ci sarebbe stato che Lui. La mistica e filosofa francese Simone Weil ha scritto bene quando ha affermato che «Dio non poteva creare che nascondendosi, altrimenti non avrebbe potuto esistere che Dio solo. Forse, egli ha lasciato intravvedere di sé solo quanto basta perché dalla fede in lui l'uomo sia spinto a occuparsi dell'uomo. Perché non sia abbagliato dal cielo al punto di disinteressarsi della terra». E sempre Fr. Daris, cui sono debitore per parte di quello che scriverò, ha fatto un paragone bellissimo che desidero condividere con te, visto che anche Maugham ha parlato di un Dio architetto.

Cosa fa un architetto? Delimita spazi vuoti, pone delle mura per circoscrivere lo spazio. Ma poi siamo noi che arrediamo la casa, mettiamo dentro i mobili giusti, i quadri o i poster preferiti, i profumi e gli affetti che fanno sì che, quando facciamo ritorno, dopo una lunga giornata di lavoro, possiamo dire con gioia e sollievo: «Finalmente sono a casa». Dio è un Dio che si svuota per lasciarci spazio, che si fa umile per permetterci di esprimerci liberamente, che si fa impotente e distante per poter essere liberi. Dio è un Dio che si è reso spazio di accoglienza per permettere a ognuno di noi di entrare, di parlargli da fratello e sentirsi a casa.

È il Suo amore a essere un amore diverso dal nostro, un amore gratuito, che non vuole nulla in cambio ma che può non coincidere con quelli che pensiamo siano i nostri bisogni, con quello che crediamo sia giusto per noi. Un amore che a volte ferisce allo stesso modo in cui fa male intraprendere un cammino di avanzamento spirituale, alla ricerca di senso, che si creda o meno in Lui. L’amore di Dio è talmente grande da far sì che Egli preferisca che si pensi che Lui è indifferente, impotente o addirittura malvagio per le sofferenze che l’uomo è costretto a sopportare, piuttosto che impedirci di essere liberi. Come se fuggire dalle strettoie della vita possa essere la via più veloce per la pace, come se Dio, con la sua distanza, avesse deciso di sbarazzarsi degli uomini, di un tentativo fallito, invece di aver testimoniato una volta di più il Suo Amore per loro.

E forse è proprio per la Sua distanza che Gesù ha esortato a prenderci cura del nostro prossimo, di chi è vicino, quindi, non di chi abita a 100.000 km da noi. Dio ha amato e ama a tal punto l’Uomo da lasciarlo libero di prendersi cura delle sue stesse creature, dei suoi figli. Lo ama e lo ha amato a tal punto da fidarsi di lui, da aver fiducia nella sua capacità e, soprattutto, volontà, di fare il bene. L’amore è fede, è fiducia.

I campi di sterminio non li ha creati Dio, ma l’uomo. Così le bombe al napalm o i sacrifici umani o gli strumenti di tortura o le guerre di conquista o le crociate o la caccia alle streghe o i piccoli soprusi o le angherie di cui ciascuno di noi può essere vittima o carnefice, non li ha inventati Dio, ma l’Uomo. Francamente mi riesce difficile capire quando gli uomini se la prendono con Dio per il male che gratuitamente fanno, contraltare del Suo amore incondizionato. Un po’ come il bambino che accidentalmente o meno rompe il bicchiere alla mensa di scuola e poi dice: «Non sono stato io». I bambini, nella loro innocenza, non accusano la maestra di non aver prestato sufficiente attenzione.

La sofferenza mette a nudo, ci dà la possibilità di amare o di odiare tutto il creato e le creature, tutti i nostri affetti, nel quotidiano. La sofferenza, specie se intensa, ci svuota, ci lascia interamente privati del nostro Io, delle nostre sicurezze, nei casi più estremi perfino della nostra voglia di vivere. Ci chiude nell’angolo, ma ci dà anche la possibilità di uscirne, di schivare il colpo d’incontro che è pronta a suonarci per mandarci al tappeto, fuori combattimento, knock-out bello, la festa è finita. Ma è la sofferenza stessa che ci dà i mezzi per sconfiggerla, grazie al nostro acuito bisogno d’amore e alla necessità di amare, non “a causa” ma “grazie” alla nostra umanità. Se chi soffre si chiude nel proprio dolore, si macera dentro e inizia a odiare di più, non potrà che acuire il proprio tormento. È solo l’amore che ci rende liberi e consapevoli della scintilla di «quel Genio che con un cenno aveva fatto girare la terra intorno al suo asse». È solo l’amore, il bisogno di ricevere amore e di donare amore che dà un senso alla sofferenza. E la capacità di amare il prossimo è solo un riflesso del grandissimo amore che Dio nutre per noi, di questo inesauribile e preziosissimo combustibile spirituale.

Da cristiano non posso non credere che ognuno di noi debba portare ogni giorno la propria Croce, una Croce da intendere con le difficoltà che una persona sceglie di accettare per vivere nella Parola, testimoniando la fede nel quotidiano. Per seguire il Vangelo ci vuole grande coraggio. Un coraggio che serve per combattere il male che è in noi, l’egoismo delle piccole cose, il rancore dei due pesi e due misure, le scelte che ogni giorno compiamo e che contribuiscono, passettino dopo passettino, a spostare l’asse terrestre più verso il Male o più verso Dio. Lo dico pensando in primo luogo a me stesso e agli errori e agli sbagli che commetto ogni giorno, ogni volta che prendo la decisione sbagliata, ogni volta che potrei donare amore e invece sprigiono egoismo, ogni volte che dico una parola fuori posto e che ferisce qualcuno. Ogni volta che respingo chi chiede aiuto, chi tende la mano in metropolitana, chi mi offende con la sua arroganza, chi mi ferisce con un risolino di sufficienza per la mia fede cristiana.

Dobbiamo smettere di giudicare gli altri e le loro convinzioni e dobbiamo iniziare a essere severi e giusti con noi stessi, rimanendo consapevoli delle nostre debolezze e fragilità, del nostro bisogno d’amore e della nostra grandissima capacità di amare, questa sì «a immagine e somiglianza» di Dio. Dobbiamo iniziare a valorizzare il silenzio, capace, come ha detto Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, di valorizzare a sua volta altre forme di linguaggio, quello degli occhi, del tatto, degli odori. Un silenzio capace di creare le condizioni per l’ascolto e per l’attenzione di chi ci è vicino, di cui oggi c’è un grande, grandissimo bisogno. Siamo noi che, testimoniando la nostra Fede, dobbiamo essere in grado di «perdonare non 7, ma 70 volte 7» senza però ergerci a giudici del nostro prossimo, dopo avere ascoltato e compreso, per quanto ci è possibile. Siamo noi che, grazie a quell’amore che viene da Dio, nonostante le nostre debolezze e fragilità, possiamo offrire con l’esempio una strada alternativa, una strada fatta di dono.

Ivan Libero Lino

WeWrite, anno I, n. 8, settembre 2010

 

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