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Home Sport Coppa del (Terzo) Mondo per Club

Coppa del (Terzo) Mondo per Club

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Coppa del Mondo per ClubAlla fine tutto torna (e lasciamo stare le-polemiche-del giorno-dopo, mai prima che poi è troppo difficile parlare a sproposito su quanto poco probante fosse l'impegno): nel 2010, chi più di una squadra internazionale (nel DNA prima ancora che nella rosa e nel nome) avrebbe potuto salire sul tetto del mondo? Tra carneadi accorsi da ogni dove, spocchiosi brasiliani – che nel calcio sono i primi a livello tecnico ma anche nelle pompose dichiarazioni programmatiche – e gli irriconoscibili Campioni d'Europa, l'hanno spuntata questi ultimi. Terzo alloro intercontinentale, certo incomparabile alle sfide all'arma bianca dei Sessanta contro gli assatanati argentini dell'Independiente; e con esso, la sensazione che, più che aprire un'epoca, questo ancora giovane Mondiale FIFA (disputatosi nell'arida – in tutti i sensi – cornice di Abu Dhabi) abbia già detto tutto. Gli africani del Mazembe erano l'anomalia; ma, come tutti i virus, sono stati somministrati per essere subito neutralizzati dal sistema.

Senza avversari – Gli avversari, si diceva. Mettiamo le cose in chiaro: non è che, se in finale non ci arriva la solita sudamericana, il trofeo perda importanza. Il rischio, come si è visto, c'è ogni anno.

Se i messicani del Toluca e il temibile Internacional, smanioso di mettere in vetrina la solita carrellata di giovani manzi pronti (?) per l'Europa, hanno fatto magra figura perdendo contro i congolesi del Mazembe (in una di quelle partite che vinceresti sempre, se le giocassi altre 99 volte), allora c'è qualcosa che non va. Anche quando il Milan ha “trionfato” contro il mediocre Boca Jrs., s'è vista una finale a senso unico; ma quando c'è di mezzo l'Inter, certe cose si dimenticano.

Delle due l'una: o si rivede la formula se questa non piace (domanda: perché tanto livore l'anno in cui la giocano i nerazzurri?), oppure si continua così certificando che chi solleva la coppa dalle grandi orecchie debba venire a fare solo il tagliando obbligatorio (negli Emirati, in Giappone o Bahamas che sia), giusto per la premiazione e per attaccarsi un'altra bella toppa. Il resto sono, da una sponda, solo chiacchiere da bar, e dall'altra difese a oltranza di una coppa che di internazionale ha solo lo sbiadito ricordo del tempo che fu.

Circo FIFA – Capitolo FIFA. Giusto avere dubbi sulle recenti pagliacciate che questa continua a propinare: Mondiali in Qatar e per giunta in inverno; campionati nazionali costretti ad adottare posizioni da Kamasutra per venire incontro a certe follie; unificazione di FIFA World Player e Pallone d'Oro, due premi da sempre oggetto di discussione, e da questo inverno unificati in una formula se possibile ancora più imbarazzante, che porta a nominare Gyan e Klose anziché (per dirne due) Milito e Robben, trascinatori dei rispettivi team per un anno intero. Tornando a noi, Mancini disse tre anni fa che era la Coppa dell'Amicizia: giù bordate di fischi. Adesso tutti quanti sepolcri imbiancati di fronte ai neri del Mazembe. Non si esce dal circolo vizioso, perché chi propone di rendere ancora più elitaria pure questa Coppa verrà tacciato di cecità verso realtà emergenti che hanno, in questa vetrina, l'occasione di una vita; chi invece sostiene l'ammucchiata del tipo “più siamo, meglio siamo (in tv)” ne affossa da solo la credibilità.

La “sua” Africa – Tornando ai fatti di casa nostra, una volta usciti di scena i brasiliani trionfatori nell'ultima Libertadores, i nerazzurri non hanno avuto nemmeno questa incombenza. A onor del vero, nessuno l'ammetterà, l'Internacional era dato per favorito: sia per l'orribile periodo da cui veniva l'Inter di Benìtez, sia per la spocchia in casa carioca, dove già si pensava alla finale. Se di meriti si può parlare, quello dei milanesi è stato aver onorato la manifestazione (Eto'o in questo è  campione: la mentalità vincente cresce pure nella polvere delle strade di Nkon, Camerun) evitando figuracce in mondovisione e rispettando ogni avversario. Certo, ogni: dagli impronunciabili coreani ai variopinti crini degli africani, il cui portiere strigliava i suoi a ogni gol preso, accentuando un piccolo tic delle palpebre che faceva quasi tenerezza. Poi non ci interessano, in questa sede, i festeggiamenti e i veleni del dopo-partita in casa interista: problemi loro. Rimane un Mondiale che stava per scivolare nel ridicolo e che si salva in corner grazie, con buona pace di Eusebio, al più vincente calciatore africano della storia – che, in quanto a professionalità, potrebbe tenere un Master – e ai brasiliani, che se non ti fanno strabuzzare gli occhi sul rettangolo verde lo fanno con l'autolesionistica comicità del loro ego. Se il Mazembe sarà tra i team disponibili nel prossimo Pro Evolution Soccer il merito è loro.

P.S. Dicevamo del comico sbattere gli occhi del portiere del Mazembe: ma c'erano anche lo sponsor – Puma – tatuato tra i capelli di un difensore, la preghiera collettiva sulla linea di porta e le acconciature a metà fra il tribale e il coatto di tutta la squadra. Ecco, appunto: quando la smetteremo di interessarci a queste cose, e di usare gli stereotipi del “buon selvaggio” (tanto in voga quattro secoli fa tra i “conquistadores” del Vecchio Continente) con chiunque provi a tirare calci a una palla fuori dai confini del dorato circo europeo, forse allora il calcio del Continente Nero farà il boom. Invece, meglio il mito del negretto bravo ma selvatico: quello integrato, acculturato e fuori controllo – per i difensori e per i luoghi comuni – come Eto'o fa paura. Oh, se fa paura alla vecchia aristocrazia...

Raffaele G. Flore

WeWrite, anno II, n. 1, gennaio 2011