"Lo sport è l'insieme di quelle attività, fisiche e mentali, compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l'intero apparato psico-fisico umano e di intrattenere chi le pratica o chi ne è spettatore".
Questo quanto si può leggere alla voce sport su Wikipedia. Una delle piaghe che affliggono oggi lo sport, in maniera forse più intima e profonda di altre, è sicuramente il doping.
Vale a dire l'assunzione di sostanze proibite al fine di migliorare le proprie prestazioni psicofisiche; proibite dai vari regolamenti nazionali e da quello del Comitato Olimpico Internazionale. I casi di doping hanno sempre suscitato notevole clamore mediatico intorno ai protagonisti delle vicende. Il perché, oltre risiedere in una mera motivazione utilitaristica che riguarda strettamente l'audience che tali notizie recano con sé, è che l'assumere sostanze dannose per il corpo e la mente è quanto di più contrario alla funzione e definizione dello sport. Atleti dai fisici statuari e che esprimono la salute in toto rovinano questa immagine rendendosi autori di gesti, quali quello di doparsi, che ne minano la credibilità e il loro ergersi a esempio per i giovani e tutti coloro che ne seguono con ammirazione le gesta. L'importanza, quindi, di un gesto come il cercare di incrementare artificialmente le proprie capacità sportive va ben oltre quello della truffa sportiva, rientra nel campo del danno sociale che, per il gran seguito che lo sport ha nel mondo, risulta ben più grave del semplice imbrogliare per vincere.
Da Ben Johnson a Maradona, cicatrici indelebili di un male che sembra incurabile – Il primo ricordo che trovo nei cassetti della memoria che riguarda un caso eclatante di doping è quello legato al velocista canadese Ben Johnson alle olimpiadi di Seoul del 1988. Vinse e fu poi squalificato. La delusione fu cocente e dura da digerire. Qualcuno aveva minato lo strapotere statunitense nell'atletica e, al di là di sentimenti antiamericani o politici di qualsiasi natura, vedere un giamaicano, seppur naturalizzato canadese, battere la corazzata a stelle e strisce fu bello, soddisfacente come assistere alla vittoria di Davide su Golia. Poi la débâcle emotiva, aveva imbrogliato ed era stato squalificato. L'emozione di vedergli tagliare il traguardo segnando il record mondiale nei cento metri piani è originale e comunque vera, ma contaminata e corrotta dalla delusione immensa nello scoprire la truffa. Senza entrare nel merito della questione legale, per certi versi ancora aperta, a prescindere, al bello della vittoria sportiva sì è sostituito il brutto della sconfitta sentimentale ed emotiva.
Come la delusione e l'amarezza per il goal di mano di Maradona ai mondiali, stessa macchia, stessa indelebilità. Ma mai come la lunga storia di doping che ha afflitto la figura del pibe de oro fin quasi ai giorni nostri. La differenza è però fondamentale tra i due casi. Tralasciando la squalifica per l'assunzione reale o presunta di efedrina ai mondiali del 1994, il fulcro dell'epopea del giocatore più forte di tutti i tempi ha come fil rouge la cocaina.
Droga e doping, fratelli illegittimi – È sufficiente effettuare qualche ricerca in rete per comprendere che in tantissimi casi le droghe sono ben lungi dall'essere sostanze dopanti. La cocaina è una di quelle. Conservo l'intima certezza, anche se su basi del tutto personali, che Maradona non abbia mai utilizzato la cocaina per giocare meglio, sia perché non ne aveva davvero bisogno sia perché la cocaina non aiuta assolutamente a migliorare le proprie prestazioni sportive. Così come il tetraidrocannabinolo, principio attivo della cannabis, non incrementa in nessun modo le prestazioni psicofisiche dell'uomo. Allora perché annoverarlo tra le sostanze proibite? Semplice, è illegale, anche se in Italia la legislatura in merito è farraginosa e confusa, in Olanda, dove il consumo di cannabis è tolleratissimo, per gli sportivi è tabù.
La motivazione che posso accogliere, pur rendendomi conto di quanto alcune restrizioni in merito a sostanze proibite ledano la libertà individuale e siano sotto certi aspetti profondamente inique, basti pensare alla legalità che tutela alcool e nicotina, è quella che concerne la visibilità e la notorietà di cui i campioni sportivi godono e che li rende figure sociali che si tende a voler mantenere integre ed esempio di rettitudine fisica e morale. In sostanza, se sei un campione nella tua disciplina sei obbligato, dai media, a esserlo anche nella vita. Mi siedo dalla parte del torto pensando che ogni individuo dovrebbe avere garantita a ogni costo la propria privacy e dovrebbe poter vivere come vuole a prescindere di quale sia il suo mestiere o la sua professione. Ma per i famosi, dello sport e non, non è così.
La lingua batte dove la mente vuole – Essere sportivi anche fuori dai campi è una qualità ottima, ma non si può esigerla o pretenderla, al pari delle altre. Come la gentilezza, è una buona cosa, ma non se obbligatoria. Così, se fosse davvero la lotta al doping il baluardo dietro il quale i media si trincerano, dovrebbero intraprendere inchieste a tutti i livelli dello sport, affrontare il problema alla radice, sostenere che la vittoria è solo uno dei risultati possibili e che il fine vero e reale dello sport è quello di far star bene chi lo pratica e divertire chi lo guarda. Che non sia affatto così è palese per tutti. La droga è un male che però non concerne solo la sostanza proibita nella fattispecie ma i fenomeni sociali e soprattutto economici che le ruotano attorno, fomentando criminalità e disagi sociali. Lo sport si deve contrapporre in maniera decisa e netta al fenomeno droga, il quale va assolutamente e senza meno distinto ed estraniato dal concetto di doping, facce diverse, seppur della stessa medaglia. Non d'oro di certo.
Sandro Galanti
WeWrite, anno I, n. 3, marzo 2010





