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Home Recensioni Cinema Buona Giornata: recensione del film

Buona Giornata: recensione del film

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Buona Giornata di Enrico e Carlo Vanzina - locandinaParte finale di ogni saluto, è diventato l’augurio che più o meno tutti facciamo o riceviamo ogni giorno. Dopo il caffè al bar, come chiusa di una mail o fine di una telefonata personale o di lavoro, “Buona Giornata” è diventato parte dell’italianità. Sul trascorrere di una giornata i fratelli Enrico e Carlo Vanzina, accendono la telecamera e presentano il loro nuovo film il cui titolo è appunto “Buona Giornata”. Com’è la giornata degli italiani? Difficile dare una risposta univoca in questo particolare momento storico e politico. Quello che i Vanzina hanno cercato di fare è proprio presentare il trascorrere di una giornata in Italia, affidando le ore che passano a personaggi dai mestieri e dalle città diverse.




Conosciamo così Ascanio Gaetani Cavallini, interpretato da Christian De Sica, un principe romano disoccupato: mai ha lavorato e mai lavorerà, ma la crisi è arrivata anche  a Palazzo e Ascanio, dovendo continuare ad onorare l’opulenza e la nullafacenza del blasone, si vede costretto ad affittare la sua villa a troupe cinematografiche e a presenziare a serate mondane come gli impone l’etichetta. Certo un tempo le occasioni erano più ghiotte, oggi si deve accontentare di “vernissage di quartiere” in cui è disposto a farsi fotografare accanto ai magnati del meraviglioso mondo dei sanitari e a presenziare al compleanno di una “mutandara” di via del Gambero. D’altra parte, sono i commercianti di lingerie i nuovi veri ricchi, non di certo i discendenti di nobili casati come Cavallini, che crede ancora di riuscire a fuggire l’imminente sfratto dal palazzo di famiglia chiedendo di tanto in tanto 20 euro al portinaio.

Lino Banfi in ottima forma e perfetto nelle vesti di Leonardo Lo Bianco, un senatore che incarna tratti di diversi personaggi che lo hanno reso celebre e amato dal grande pubblico e che vive la giornata più importante della sua vita professionale. La sua carriera politica è a un bivio: accusato di corruzione, il Senato deve decidere se sarà perseguibile o meno. Entra in gioco la fitta rete politica di favori e richieste di voto a suo favore. Lo Bianco ha un buon seguito, ma i suoi nemici sono altrettanto numerosi. È sufficiente un solo voto contro di lui a minare per sempre la sua credibilità e libertà. Il destino non sembra essere dalla sua parte in questa lunga giornata: uno dei suoi amici e supporter muore. Vittima del virtuosismo delle prestazioni di un trans brasiliano e di qualche pastiglietta coadiuvante di troppo, solo un miracolo o l’incredibile trovata per riportare in vita un morto possono salvare Lo Bianco. E pur di salvare un posto in Senato si riesce anche a far votare un morto.

Alberto Dominici, interpretato da Maurizio Mattioli, è un imprenditore romano. Partito dal nulla e da una casetta in periferia divisa con la moglie, vive ora nel lusso più sfrenato in una villa in collina. Con figlio Ferrari munito e residente a Montecarlo, ha accumulato un’immensa fortuna evadendo il fisco. Grazie all’aiuto del suo fedele assistente (Gabriele Cirilli) intuisce che il fisco potrebbe essere sulle sue tracce e così decide di nascondere tutti i suoi beni non dichiarati e di tornare almeno per un momento ad uno stile di vita sobrio. La scaltrezza e la recita del piano di occultamento non gli riusciranno però così bene: la sua giornata decide di fargli provare una vita ancora più sobria, quella del carcere.

L’Italia è fatta anche di migranti al contrario: Romeo Telleschi, brillantissimo Diego Abatantuono, è uno dei pochi milanesi che sposa una pugliese e si trasferisce in Puglia. Tre figli di età diverse e con problematiche legate alla loro età, ma che sembrano abbastanza insofferenti di essere l’unica famiglia il cui padre ha deciso di abbandonare l’industriale Nord per mettere radici al Sud. Scelta non facile: la Puglia non sembra essere terra ospitale per accogliere la tecnologia della domotica, business su cui si fonda la ditta Di Romeo. Moglie e figli sembrano non riconoscere il ruolo di leader del padre neanche tra le mura domestiche: difficili e drammatici saranno i tentativi di prendere in mano le redini della situazione e cercare di essere preso in considerazione.

Unica donna protagonista di una giornata italiana è Rosaria Miccichè, strepitosa Teresa Mannino che interpreta quella che sembra essere il personaggio più emblematico della donna italiana: l’inflazionatissima donna manager. Cento per cento clichè e cento per cento made in Milan, almeno così vuol far credere. In realtà è siciliana, ma tenta, e se ne convince, di essere a tutti gli effetti figlia della Madunina. Accessoriata di tutto quello che il business della città della nebbia impone: tablet, carta di credito, cellulare, tailleur del valore di uno stipendio intero, viaggio in prima classe in treno business per Roma, diarrea verbale tipica di chi si parla addosso, rifugio nel veganismo o nel digiuno contemplativo delle filosofie orientali per fuggire dallo stress e della vuotezza della vita career oriented propria dei manager. La sua giornata perfetta si trasformerà in un singolare ritorno alle origini forzato e grottesco dovuto ad uno scherzetto del destino che decide di dimenticare la manager sulla banchina del treno a Bologna, durante una pausa di viaggio. Rosaria dovrà arrangiarsi per arrivare a Roma, scoprendo quanto sia difficile vivere senza identità e personalità quando decide di richiuderle completamente in un tablet lasciato su un treno.

“Gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori e … di tifosi!” . Non era possibile narrare degli italiani e della loro giornata tipo senza inserire il calcio e la figura del tifoso. Cecco, interpretato da Paolo Conticini, è il tifoso numero uno della Fiorentina. A fianco della fidanzata (Chiara Francini) parte per seguire la trasferta a Verona. Scaramanticamente ossessionato dal fatto che la sua squadra del cuore abbia vinto l’anno prima in quella stessa città, cerca di ricreare nei dettagli la giornata vissuta un anno prima in modo da garantire la vittoria alla Fiorentina. Ecco allora che la coppia si ritrova nello stesso albergo, stessa camera, cena nello stesso ristorante in cui ritrovano lo stesso cliente che avevano conosciuto un anno prima. Un dettaglio che a Cecco manca, ma che l’incontro porterà alla luce, è che il cliente in quella passata  serata si è trasformato nell’amante della fidanzata. Tradimento che però fa parte degli accadimenti che hanno concorso alla vittoria della partita. E allora, il calcio vince sul dolore delle corna: Cecco si rende disponibile, anzi di fatto costringe la fidanzata a dividere nuovamente il letto con l’amante, pur di vedere ancora la Fiorentina vincitrice.

Tra i comici più quotati del momento non poteva mancare all’appello Vincenzo Salemme.  Ricco notaio napoletano con moglie che va in panico per la dipartita del domestico per le Filippine. La vita casalinga si complica e anche quella famigliare: il notaio non resiste alla tentazione di un’esotica avventura con Svetlana, ma colto in fragrante dalla moglie, dovrà inventarsi su due piedi una scusa credibile. E allora l’avvenente straniera diventa la figlia ritrovata frutto di un amore giovanile, sceneggiata profumatamente pagata dal notaio, non solo dal punto di vista economico, ma anche a suon di legnate una volta che la truffa è svelata. Altrimenti che sceneggiata napoletana sarebbe!

Cast di professionisti delle risata. Interessante l’idea dei Vanzina di cucire una stessa giornata sulla pelle di italiani lontani e di costruire episodi paralleli e interdipendenti. I personaggi si conoscono e si incontrano solo alla fine, tramite una trovata nella sceneggiatura non banale. Gli italiani in tempi di crisi cercano la fortuna economica anche in tv e allora ecco i protagonisti nelle vesti di concorrenti al programma “Soliti ignoti” condotto da Fabrizio Frizzi. Qui si incontrano, confrontano e scontrano le loro personalità e professioni: dietro i loro volti che possono celare il ladro, il politico, il principe, il povero e il tifoso, l’italiano insomma, che è un po’ di tutto ciò.

Film da vedere per chi si aspetta quattro risate leggere, l’esaltazione di manie e di tratti di italianità. Da lasciar perdere se si vuole uscire spiritualmente arricchiti da un’esperienza cinematografica o se ci si aspetta il “Cinepanettone”. Manca totalmente quella comicità stanca e ritrita, scontata e banale che va a parare esclusivamente sulla sfera sessuale e si colora della parolaccia. Per fortuna.


Elisa Vinai

WeWrite, anno III, n. 4, aprile 2012