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Home Recensioni Cinema Cesare deve morire: recensione del film

Cesare deve morire: recensione del film

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Cesare deve morire - locandina«Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione» . È la frase finale del film Cesare deve morire, pronunciata da Cosimo Rega, uno dei protagonisti, a seguito della sua esibizione nel ruolo di Cassio in Giulio Cesare di Shakespeare. Nessuna metafora: la cella è vera, come è vera la prigione, il carcere di Rebibbia per l’esattezza. L’attore in questione è attore solo nella tragedia di Shakespeare, nel film interpreta se stesso: Cosimo Rega, condannato all’ergastolo per reati malavitosi, sconta la sua pena presso il carcere romano, luogo dove ha perso la libertà e incontrato il teatro, fondando alcuni anni fa la compagnia dei detenuti-attori del carcere di Rebibbia. Cosimo e altri detenuti veri sono i protagonisti del film di Paolo e Vittorio Taviani. Il film ha riportato in Italia l’Orso d’Oro della sessantaduesima edizione del Festival di Berlino, dopo ben 21 anni, quando vinse La casa del sorriso di Marco Ferreri.

Il film si apre con la scena della compagnia dei detenuti-attori nel momento della rappresentazione davanti al loro pubblico: raccolgono gli applausi e vengono poi accompagnati dai secondini nelle loro celle, mentre gli spettatori riconquistano l’aria aperta lasciandosi alle spalle il carcere di Rebibbia. Di qui lo spettatore del film viene portato temporalmente a sei mesi prima di quel momento, quando si decide di mettere in scena l’opera di Shakespeare, quando Fabio Cavalli comunica ai carcerati il nuovo progetto teatrale sui cui lavoreranno e cominciano i provini. Fabio Cavalli è regista e dal 2002 è co-responsabile delle attività teatrali presso il carcere di Rebibbia e dirige la Compagnia dei Liberi Artisti Associati che coinvolge i detenuti della sezione di Alta Sicurezza.

Il film è in bianco e nero e gli attori-carcerati sono presentati  attraverso l’uso di una didascalia affiancata ai loro visi che riporta nome e cognome e la durata della condanna. Già di per sé impattante la scelta del bianco e nero che enfatizza la presenza ingombrante del luogo dove si svolge la storia, ma il vero pugno nello stomaco arriva quando si legge “fine pena mai” associato ad alcuni nomi di carcerati (tra cui quello di Cosimo Rega), espressione usata sul fascicolo carcerario dei condannati all’ergastolo.

Le scene del film sono il susseguirsi del percorso di costruzione del Giulio Cesare: le prove dei carcerati- attori che ogni giorno si incontrano e studiano il copione, del quale mantengono le battute originali del testo di Shakespeare, ma introducono ognuno il proprio dialetto di origine senza sminuire la potenza e la credibilità dei versi del poeta inglese. Lo studio del testo, dei movimenti, il lavoro sulla voce e sui gesti, è un percorso che li fa incontrare, confrontare, ma soprattutto comunicare. Perché il teatro è questo: prendere consapevolezza di sé, saperla comunicare e comunicare con gli altri, parlarsi anche in un luogo che non è fatto per parlare, come il carcere. Il teatro è terapia. E la terapia non è mai facile. Durante le prove assistiamo a momenti intensi in cui alcuni detenuti portano alla luce, attraverso i personaggi che interpretano, drammi profondi che hanno vissuto nella loro vita, rivivono le sensazioni e le situazioni che li hanno portati a trovarsi in quel luogo. Perché il teatro non è recitare: il teatro scava, e solo quando impari ad affrontare quello che hai dentro, lo accetti e ti accetti per quello che sei, solo allora guadagni il palcoscenico e conquisti il tuo pubblico, accettando che ti veda con gli stessi occhi con cui ti sei visto tu.

Per alcuni l’incontro con l’arte ha rappresentato la salvezza, un’alternativa di vita: Salvatore Striano, che nel film interpreta il detenuto che da il volto a Bruto di Giulio Cesare, ha conosciuto il teatro grazie a Fabio Cavalli durante la sua esperienza di carcerato di Rebibbia. Reso libero con l’indulto nel 2006, ha proseguito gli studi di attore sotto la guida di Cavalli ed ha debuttato al cinema in Gomorra di Matteo Garrone, proseguendo poi con Abel Ferrara, Marco Risi, Stefano Incerti e la partecipazione a varie fiction televisive. Per entrare nei panni di Bruto, è dovuto tornare da uomo libero e artista negli spazi in cui è stato prigioniero. Un uomo che grazie alla magia del teatro ha ritrovato un senso alla vita, i suoi colori. I colori che nel film sono il simbolo della libertà: a colori vediamo una sola immagine di un poster appesa nella sala dove gli attori si incontrano per le prove, un isolotto in mezzo al mare. Un detenuto osserva questa foto e lo schermo cinematografico ce la restituisce a colori. I colori come simbolo della liberazione. Altra scena a colori è quella finale del film, che poi è la stessa con cui il film  comincia: la fine dello spettacolo e gli attori sul palco. Arriva il colore, arriva il perdono e il perdonarsi, l’arte del teatro porta fuori dagli uomini le loro pene, arriva la liberazione.

«Spero che qualcuno tornando a casa dopo aver visto Cesare deve morire pensi che anche un detenuto, su cui sovrasta una terribile pena, è e resta e un uomo. E questo grazie alle parole sublimi di Shakespeare». Queste le parole di Vittorio Taviani mentre ha ricevuto il premio. Desiderio esaudito.


Elisa Vinai

WeWrite, anno III, n. 3, marzo 2012