I codici d’onore, si sa, non sono solo semplici regole da adottare. Sono più simili a dei dogmi e, in questo senso, pochi sono più rigidi di quello nautico le cui norme, nel tempo, sono addirittura entrate nel vocabolario comune: quante volte, per esempio, durante una disfatta calcistica abbiamo sentito dire che “Il capitano è l’ultimo ad abbandonare la nave” per elogiarne l’impegno?
Ecco, si vede che l’oramai celeberrimo Francesco Schettino, oltre a non conoscere bene il codice navale, non è neppure un grande appassionato di calcio. Ma, cari marinai, mai come nel caso Concordia vale il detto “l’eccezione che conferma la regola”: la storia dei grandi disastri navali, infatti, non racconta le codarde azioni di Schettini qualsiasi, bensì le gesta di persone che diventano eroi salvando vite ed entrando nel mito. Ed è a loro che va il nostro personale “inchino”.
1912 – Titanic, comandante Edward John Smith – Quello del Titanic fu il più grande naufragio della storia. Il transatlantico, fiore all’occhiello della nascente industria navale britannica, partì per il suo viaggio inaugurale dal porto di Southampton con oltre 2.220 passeggeri tra croceristi ed equipaggio, destinazione New York. Il comandante Smith era un vecchio lupo di mare, con oltre 40 anni di navigazione alle spalle: il Titanic era il suo ultimo viaggio prima della pensione. Dopo 4 giorni di navigazione, complici una fitta nebbia e l’assenza delle moderne apparecchiature di controllo, il transatlantico colpì un enorme iceberg, colando a picco in poco più di 2 ore. L’unica preoccupazione del comandante Smith fu l’organizzazione delle operazioni di salvataggio – vane, tra l’altro, dato che perirono più di 1.500 persone – anche quando il Titanic, ormai spezzato in due tronconi dalla pressione dell’acqua, si inabissò senza che il comandante, ormai rimasto solo, avesse ancora lasciato la nave. Leggenda vuole che fu addirittura una sua scelta quella di lasciarsi cadere nei mari che tanto aveva amato.
1965 – Andrea Doria, comandante Piero Calamai – L’Andrea Doria è stata, all’epoca, la più grande opera nautica italiana: varata nel 1953, era considerata la più veloce – e sicura – nave di linea della flotta tricolore. Nel 1965, la Doria, partita da Genova e diretta a New York con oltre 1.500 passeggeri, entrò in rotta di collisione frontale con la nave svedese Stockholm. Il mercantile scandinavo non riuscì ad evitare lo scontro, speronando il transatlantico italiano che , imbarcando acqua, si inclinò su un lato sommergendo la metà delle attrezzature di soccorso. Solo la prontezza e l’esperienza del comandante Calamai permisero un’organizzazione efficiente delle operazioni di evacuazione, grazie anche all’aiuto di altre navi soccorritrici come la francese Ile de France. Alla fine ebbero la peggio solo 46 persone, tutte scomparse al momento dell’impatto con la Stockholm. Calamai fu l’ultimo ad abbandonare la nave, prelevato a forza dai suoi ammiragli che, già salvi, fecero il viaggio inverso su una scialuppa per convincerlo a lasciare l’Andrea Doria, che ancora oggi giace sul fondale delle coste americane.
Alessandro De Nardi
WeWrite, anno III, n.2, febbraio 2012





