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Diaspora, il social network. Ovvero, sparpagliarsi per stare uniti

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DiasporaNomen omen No, niente a che vedere con le tragiche e nefaste accezioni peculiari del termine; Diaspora è il nome proprio del social network che, ascoltando i rumor sul web, potrebbe dar fastidio, e non poco, al celeberrimo mastodonte networkiano Facebook. Se gli utenti di quest'ultimo costituissero una nazione, seppur virtuale, questa costituirebbe il terzo stato del mondo per popolazione. Va bene, magari chi si è prodigato in questo genere di calcoli non sa cosa è un fake, ma dalle stime si potrebbe rischiare di diventare arithmofobi.

Detto questo è presto spiegato il perché mi piacerebbe parlare con chi ha lavorato sul naming, geniale, sotto molteplici sfaccettature interpretative. Un'iniziativa nata come espediente attraverso il quale quattro universitari volevano raccogliere diecimila dollari per finanziare se stessi e i loro progetti, tra i quali appunto Diaspora; i dollari sono diventati centomila e il progetto sarà on line il 15 settembre.

Respirazione peer to peer Eppure il web era dato per morto niente di meno che dal settimanale di tendenze tecnologiche, pubblicazione tra le migliori in edicola riguardo la materia, Wired. Quindi, come rianimare il buon vecchio www senza per forza limitare l'ipertrofia di Internet con i suoi video, lo scambio dati e le  applicazioni varie ed eventuali? Possibile che la nascita di tutti questi social network possa costituire un barlume di speranza per la sopravvivenza del worl wide web?

La questione mi pare spinosa, di soluzione aleatoria e forse prematura; rimane il fatto che il prosperare dei luoghi virtuali, d'obbligo annoverare il defunto Second Life, nei quali e attraverso i quali, comunicare è costante e diversificato a seconda delle esigenze dell'individuo: Twitter, LinkedIn, Delicous sono solo alcuni autorevoli esempi. Nella varietà e nel variare si trova spesso rigenerazione.

Sciolgo le trecce ai cavilli La novità costituita da Diaspora non sta, ovviamente, nella forma ma, più che mai, nei contenuti. Nessun ostico meandro ipertestuale da attraversare prima di raggiungere la tanto agognata variazione dei dati, totali autonomia e libertà di impostazione delle preferenze sulla privacy, anche su singoli contenuti e verso singoli utenti, ma soprattutto il continuo stato in fieri garantito dall'open source, così gli utenti possono migliorare l'usato. La curiosità di vedere all'opera, o forse è meglio dire in corso d'opera, il nuovo social network non so bene da cosa sia alimentata, fermo restando il fatto che  probabilmente sarà come tutti gli altri, forse dallo stridere tra una community che in un modo o nell'altro risulta essere anche uno strumento di controllo e il concetto di libertà che le si affianca; il 15 settembre avrò soddisfazione.


Sandro Galanti

WeWrite, anno I, n. 8, settembre 2010