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Darfur: il cuore ferito del Sudan

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Circa 4,7 milioni di civili colpiti dalla guerra, 2,35 milioni al di sotto dei 18 anni. 2,7 milioni gli sfollati, di cui la metà bambini, 250 mila i rifugiati nel confinante Ciad. Oltre 4.500 i bambini soldato associati ai gruppi armati. Questi sono i dati più recenti diramati dall’UNICEF sull’emergenza che in Darfur non cessa di essere da bollino rosso. L’aggiornamento della crisi umanitaria si abbatte su un preoccupante presente e rafforza la rassegnazione sul futuro.

Un conflitto senza fine A 5 anni dall’accordo di pace Comprehensive Peace Agreement che ha messo fine allo scontro ventennale tra il governo centrale di Khartoum e il Movimento per la Liberazione del popolo sudanese (Sudan People's Liberation Movement), il Sudan, il più esteso tra gli Stati africani, si confronta ancora oggi con l’instabilità generata da un pesante deficit alimentare, la siccità incalzante e la critica situazione nella regione del Darfur. La prima tornata elettorale multipartitica dello scorso aprile ha confermato alla presidenza Omar Hassan Ahmed El Bechir, nonostante l’incriminazione della Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità durante la guerra in Darfur. Ora si attende il referendum 2011 sull’indipendenza della parte meridionale del paese che presupporrebbe per Khartoum anche la perdita sul controllo dei pozzi petroliferi stanziati al sud.

Il Darfur oggi – «La crisi in Darfur è in una fase acuta, soprattutto per l’approssimarsi del referendum» – spiega il Presidente dell’associazione per i diritti umani Italians for Darfur Onlus, Antonella Napoli. «Il conflitto nell’arco di 7 anni ha costretto 2 milioni e
mezzo di persone alla fuga, destinandole a una vita da profughi sia all'interno del Sudan sia nei campi in Ciad, allargando la crisi anche a questo paese confinante» – continua.

La regione, esclusa dal riassetto del processo di pace, si suddivide in tre stati: il Darfur settentrionale, occidentale e meridionale. L’incertezza sociale è data dai continui contrasti interni ai ribelli, come il Justice and Equality Movement (JEM). Il proposito dell’esecutivo di risolvere militarmente il contenzioso, nonostante il negoziato, e l’espulsione dal territorio di sedici ONG (13 internazionali, 3 sudanesi e 7.700 gli operatori umanitari cacciati) hanno aumentato il caos e le violenze, di cui vittima resta la popolazione.

Sguardi senza speranza – «L'associazione che presiedo è nata per portare a conoscenza dell’opinione pubblica il dramma del Darfur. Affinché l’intervento umanitario sia efficace, il governo sudanese deve impegnarsi di più» – racconta Antonella Napoli. Gli stupri sulle donne, la malnutrizione e l’alta mortalità infantile, le risorse idriche insufficienti e le condizioni igieniche sanitarie inesistenti: sono cenni di una quotidianità dolorosa. Gran parte dei villaggi è stata distrutta, i rifugiati vivono in accampamenti sporchi e non sicuri mentre i guerriglieri janjaweed, armati dal governo contro le tribù di agricoltori arabi, per la terra coltivabile, e tra i responsabili del genocidio del Darfur, dominano l’area con stragi e razzie.

Progetti sul campo L’assistenza regolare ai civili è ardua a causa degli attacchi ai convogli umanitari, depredati di cibo e medicinali o sequestrati, e dell’aumento del carburante che rende il trasporto degli aiuti più costoso.

« Italians for Darfur sostiene la scuola tecnica per orfani di Padre Donati a El Obeid, contribuisce alla gestione dell'ospedale pediatrico a Nyala gestito da Emergency, promuove l’assistenza sanitaria e psicologica nei campi profughi e si batte per i corsi di formazione per la coltivazione di micro orti familiari che garantiscano l’autosufficienza alimentare» – riferisce Antonella Napoli.

Tra i 46 conflitti aperti nel mondo, anche in quello ancora acceso in Sudan e che attanaglia il Darfur, l’infanzia rubata è la principale conseguenza.

Federica Abozzi

WeWrite, anno I, n. 9, ottobre 2010