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Home Società No Profit Un modello esportabile: la "Casa dei Conflitti"

Un modello esportabile: la "Casa dei Conflitti"

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Sono i primi anni Novanta e il quartiere San Salvario di Torino è il prototipo della “complessità sociale”: criticità, molteplicità di identità, spinte distruttive, desiderio di investire nel cambiamento. Pur essendo localizzato in una posizione centrale della città, a due passi dalla Mole Antonelliana, il quartiere subisce negli anni un forte degrado urbanistico, con la conseguenza di un alto tasso di criminalità e una diffusa inciviltà; a queste, va aggiunta una crescente immigrazione.

La conflittualità e la violenza sono molto diffuse, gli abitanti esasperati, tanto che iniziano a costituirsi dei “comitati di quartiere dei cittadini”, come risposta “popolare”, per protestare contro le istituzioni e porre l'attenzione sul degrado in atto.

La “Casa dei Conflitti”: riconoscere i conflitti per dar loro una connotazione morale – Da questo quadro riassuntivo nasce l’esperienza del Gruppo Abele. È il 1995 e, grazie anche alla sensibilità e alla fattiva collaborazione dell’Amministrazione comunale di Torino (in particolare del vicesindaco con delega alla sicurezza Domenico Carpanini), il Gruppo Abele decide di sperimentare alcuni progetti sull'area del conflitto, della mediazione sociale, della mediazione scolastica e giovanile. Da una più ampia riflessione culturale, prende poi piede l’idea di istituire un centro apposito, una vera e propria “Casa dei conflitti”: essa vedrà la luce nel 1998 con il Centro di gestione dei conflitti "Spazi di Intesa", a San Salvario. «La convivenza sociale, cioè lo stare insieme di persone anche molto diverse tra loro – racconta l’avvocato Fabrizio Gorcelli, responsabile della “Casa dei Conflitti” – provoca inevitabilmente degli attriti: quando la loro gestione non avviene attraverso la regolamentazione formale del sistema giudiziario, ma con una risoluzione di forza, cioè con la “violenza privata”, è evidente che tutto è lasciato all’informalità. L’obiettivo primario che ci eravamo posti stava proprio nel riconoscere l’esistenza dei conflitti in quanto tali, evitando, il più possibile, di dar loro una connotazione morale».

«Litigare senza farsi e fare troppo male a se stessi e agli altri» – Attraverso una forte mobilitazione dal basso, con un iniziale impegno culturale attivato nelle scuole del torinese, il Gruppo Abele incomincia a far conoscere gli strumenti di gestione del conflitto. La filosofia che sta dietro ad ogni progetto ruota attorno alla convinzione che il conflitto non è un “gioco a somma zero”, per cui “io vinco/tu perdi”, bensì una “sfida” in cui è possibile che entrambe le parti possano vincere (“io vinco/tu vinci”). Viene così coniato lo slogan: «Litigare senza farsi e fare troppo male a se stessi e agli altri», che diventa una sorta di leit motiv.

Mancando luoghi “terzi” dove gestire la conflittualità, il Gruppo Abele decide di costituire specifici “spazi” di gestione (non di risoluzione) del conflitto, fornendo un servizio utile per la Comunità. Nasce così, per volontà del Gruppo, e insieme ad altri attori della società civile (associazioni di categoria, ecclesiali, del terzo settore), l'Agenzia di sviluppo di San Salvario, resa possibile grazie al sostegno, anche finanziario, del Comune di Torino e della locale circoscrizione; ben presto, l’Agenzia diventa una sorta di “motore di sviluppo” per il quartiere, per la capacità di mettere in collegamento e di coordinare le forze innovative, sia imprenditoriali che sociali, operanti sul territorio. Essa incentra le sue attività su tre tipi di azioni: un intervento sull’area della criminalità (grazie alle Forze dell'Ordine); uno sulla riqualificazione urbanistica (Amministrazione comunale, Agenzia locale di Sviluppo, Contratti di Quartiere, Piani di Recupero obbligatori); l’altro sulla rivitalizzazione dei legami sociali (Gruppo Abele).

Promozione dell’ordine pubblico stando vicino ai cittadini – Un’altra azione importante, che fa da cornice alle tre precedenti, è legata alla “correttezza amministrativa”: una delle principali fonti di illegalità e speculazioni a San Salvario, infatti, è rappresentato dagli affitti irregolari delle abitazioni, in particolar modo delle “soffitte”, soprattutto agli immigrati. Si sviluppa, così, uno specifico intervento volto a coniugare la promozione dell’ordine pubblico con una forte vicinanza ai cittadini perché, spiega l’avvocato Fabrizio Giorcelli, «nelle politiche di gestione della conflittualità non si può prescindere da una forte azione di interscambio tra sociale e ordine pubblico, che sono estremamente collegati». Per questo nasce la “Polizia di prossimità”, che diventa una sorta di “antenna sul territorio”. Essa è composta da alcuni membri del corpo della Polizia municipale di Torino, che si muovono sul territorio del quartiere insieme ad un operatore del Gruppo Abele; sulla base di “segnalazioni” dei cittadini, la “Polizia di prossimità” verifica e accerta i conflitti in atto, e tenta così di gestirli.

Numeri e sostenibilità del progetto – La “Casa dei Conflitti”, che fin dalla sua costituzione vuole essere un “luogo aperto” e gratuito di accoglienza e ricostruzione, è situato in un ex locale commerciale, le cui vetrine sono ben visibili dalla strada. È aperta in 4 mezze giornate a settimana ed è formata da un’Equipe multiprofessionale (7 volontari e 4 operatori retribuiti). Il costo annuo della “Casa” e dei relativi progetti si aggira intorno ai 120 mila euro, finanziati per lo più con contributi di enti privati, in primis le Fondazioni bancarie, mentre non sono previsti stanziamenti da parte degli enti pubblici. Dai dati del 2008, risulta che le nuove situazioni incontrate sono circa 220, le persone coinvolte più di 300, i colloqui effettuati 320, le consulenze legali (completamente gratuite) 130.

Fondamentale è l’opera di ascolto degli utenti. In essi, infatti, è spesso presente un forte “disagio silenzioso”: solitudine, difficoltà (umane e materiali), emarginazione, senso di vuoto. In quanto alla tipologia dei conflitti, emerge che: circa il 40% è legata all'area familiare; un altro 40% a difficoltà di convivenze sul territorio; il 20% circa imputabile a un complesso rapporto con le istituzioni o con la Comunità.

Un modello esportabile: curare i legami tra le persone senza prenderle “in carico”
– A undici anni dalla sua costituzione, la “Casa dei Conflitti” è ormai una realtà consolidata, un’esperienza pilota che viene presa a modello in tutta Italia. “L’innovazione che sta alla base del nostro progetto – fa notare Giorcelli – sta nell’approccio ai servizi che offriamo: noi, infatti, vogliamo curare i legami tra le persone, tra le persone e gli enti, dando così uno sbocco non violento alla conflittualità, ma non siamo il servizio sociale, cioè non prendiamo “in carico” le persone». In uno scenario politico in cui si assiste sempre più a continui tentativi di distinzione e presunte incompatibilità tra politiche “repressive” (cioè “severe”) e “inclusive” (quindi “buoniste”), l’esperienza del Gruppo Abele dimostra che affinché le politiche siano, invece, “serie”, devono essere misurate sull’efficacia, perché anche i gravi reati nascono da relazioni problematiche: «Per questo – rimarca Fabrizio Giorcelli – il lavoro quotidiano di dare cittadinanza ai conflitti è imprescindibile, non è una scelta! O meglio, in realtà si tratta di  scegliere se occuparsi del territorio o non occuparsene affatto».

Il progetto, numeri alla mano, è fattibile ed esportabile anche in realtà più piccole: fondamentale è, però, il lavoro di “rete” tra gli attori sociali e i servizi già esistenti, il coinvolgimento della cittadinanza, un adeguato percorso di educazione, formazione e sensibilizzazione, che parta in primo luogo dai ragazzi e dai giovani. L’esperienza della “Casa dei conflitti” dimostra, secondo il suo responsabile, che grazie a progetti come questo, ad esserne avvantaggiato è in primis lo Stato, con una riduzione della spesa pubblica, perché lavorare sui conflitti ha una funzione deflattiva rispetto al ricorso allo strumento giudiziale, oltre a una diminuzione degli interventi delle Forze dell’Ordine per gli interventi sulla sicurezza. L’investimento in termini di qualità della vita, poi, è forse il più importante, anche per gli stessi enti locali.


Giacomo Scardigli

 

WeWrite, anno I, n. 3, marzo 2010