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Home Tecnologia Un piccolo Jobs morde la Grande Mela

Un piccolo Jobs morde la Grande Mela

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All’età di 12 anni ricordo lunghi pomeriggi trascorsi rincorrendo un pallone con gli amici. Due tombini al posto dei piedi, il sogno di diventare il nuovo Baggio in testa, e la voce di mamma nelle orecchie che, sfinita, implora di andare  a casa. Questo era il 1996: i tempi sono cambiati, e con loro anche le passioni dei giovanissimi.
Così succede di scoprire storie come quella di Thomas Suarez, junior app developer e fondatore della CarrotCorp, un’azienda americana che produce e distribuisce App per iPhone, iPad ed iPod: le più famose sono Bustin Jieber, un simpatico whack-o-mole con protagonista il cantante teenager, e Earth Fortune, un’applicazione che offre agli utenti una previsione della fortuna della loro giornata. Fin qui tutto già visto, una nuova start-up che viaggia sulla strada tracciata dal mitico Steve Jobs rincorrendo l’innovazione e sfruttando i canali aperti dalla Grande Mela.

Quello che nessuno aveva mai visto, invece, è che il signor Suarez, in realtà, non è affatto un signore: ha appena 12 anni, frequenta la sesta classe di una media di South Bay a Los Angeles ed è, ovviamente, un piccolo grande appassionato di tecnologia. La sua consacrazione è avvenuta quest’anno, quando Thomas, camicia e iPad sotto braccio, ha tenuto banco al TED 2011 – il convegno annuale che promuove le migliori idee del mondo – presentando, con grande verve e parlantina tecnica sciolta e brillante, i risultati della sua CarrotCorp e i progetti per il futuro




Non vi ricorda qualcuno? Una performance incredibile, certamente studiata nei dettagli e capace di stupire il mondo intero per l’incredibile somiglianza, per stile ed atteggiamento, con il grande maestro scomparso Steve Jobs.

E adesso la rete si interroga: chi è davvero Thomas? È la reincarnazione del guru Apple oppure un diabolico piano di marketing o, ancora, il prodotto di un’epoca controversa senza rispetto per le tappe generazionali? A voi l’ardua sentenza.

Alessandro De Nardi

WeWrite, anno III, n. 1, gennaio 2012