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Home Società Joan Halifax: amore e compassione non sono beni di lusso, ma necessità

Joan Halifax: amore e compassione non sono beni di lusso, ma necessità

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Joan HalifaxL’amore e la compassione sono necessità, non beni di lusso. Lo sostiene Joan Halifax, buddista, ecologista, saggista attiva per i diritti civili e volontaria in una casa di cura per malati terminali a Bangalore, India, riprendendo e ampliando il pensiero del Dalai Lama.
Durante una conferenza organizzata da Ted, organizzazione no profit dedicata alle “idee che meritano di essere diffuse” (Ideas Worth Spreading), la Halifax parte dalla sua esperienza di volontaria per condurci attraverso una disamina della compassione che parte dal Mahabarata, uno dei due più importanti poemi epici indiani e, attraverso il contributo delle neuroscienze, termina in linee guida per il nostro futuro e nella valorizzazione del ruolo della donna all’interno della società civile.

La compassione non è solo la capacità di comprendere la natura della sofferenza e di riconoscere di non esserne toccato. Secondo la Halifax, la compassione è l’elemento che permette di attivarsi al fine di trasformare la sofferenza. Con una precisazione importante: «Non ci possiamo attaccare all’esito di quello che facciamo, perché ogni attaccamento al risultato compromette la mia capacità di essere pienamente presente alla sofferenza nel mondo». Una componente buddista che esce prepotente dal suo discorso e che si contrappone in modo forte al moderno razionalismo occidentale, dove tutto è valutato in termini di mezzi-fini e dove quello che non produce un esito favorevole viene scartato come inopportuno, non meritevole di investimento o, se va bene, relegato al campo degli hobby e tempo libero.

Ma è a metà del suo intervento che Joan Halifax lancia gli spunti più interessanti.
«La compassione è una qualità di ogni essere umano, ma che deve essere attivata, destata sotto particolari condizioni». La compassione ha dei nemici: la pietà, l’offesa morale, la paura. È proprio la paura, una paura capillare e globale, che paralizza la società e che, di riflesso, paralizza la capacità di compassione.  
Però. Però sappiamo dalle neuroscienze che la compassione ha alcune straordinarie proprietà. È vero che chi prova compassione sente la sofferenza molto di più di altre persone, ma è anche vero che chi prova compassione si riprende più velocemente.

Non è tutto. La compassione potenzia il nostro sistema immunitario. Viviamo in mondo tossico e velenoso, ma abbiamo uno strumento che ci può proteggere, purché venga attivato.

Joan Halifax insieme al Dalai LamaAllora – chiede la Halifax – perché non formiamo alla compassione, perché non la richiediamo come un requisito fondamentale per chi presta assistenza sanitaria, perché non votiamo addirittura sulla base della compassione, riconoscendola come una componente fondamentale di una società democratica?

Nel Buddismo si dice di avere una schiena forte, per rimanere saldi durante le intemperie, ma un “davanti” morbido, per mantenersi aperti al mondo per come è, con cuore indifeso.  Una definizione che sembra rappresentare al meglio la compassione. Ed è proprio dalla tradizione buddista che viene la conclusione e lo spunto per rivalutare il ruolo della donna. Avalokiteśvara-Guānyīn è la bodhisattva che personifica la compassione e la bontà, colei che precede la crisi della sofferenza nel mondo.

Sono le donne, nel pensiero di Joan Halifax, che nel corso dei millenni hanno vissuto esemplificando l’archetipo femminile di Avalokiteśvara-Guānyīn,  manifestando in modo non mediato e non filtrato la forza che nasce dalla compassione, infondendo nella società la gentilezza e indirizzando la compassione nella giusta direzione. Saranno le donne, quindi, lavorando a stretto contatto con gli uomini, che dovranno diffondere e contribuire a consolidare la compassione nel mondo.

Ivan Libero Lino

WeWrite, anno II, n. 8, settembre 2011